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È vero che di questi tempi, in cui la comunicazione è sempre abbondantemente sopra le righe, una standing ovation non si nega a nessuno, in un talk show o a San Remo, ma vedere quella tributata a Mario Draghi a Barcellona in occasione della consegna del premio per i costruttori d’Europa non può non scaldare i cuori di chi a questo disgraziato nostro Paese dopotutto è affezionato, a partire da Cavour per finire appunto a Mario Draghi.

Qualcuno ha tristemente ricordato i sorrisetti riservati a precedenti leader italiani da importanti leader europei: era solo dieci anni fa e sembra un secolo. Faceva male, molto male, ma come restarne sorpresi?
E adesso, come si fa a non voler riconoscere che è stato compiuto un salto gigantesco di credibilità, di autorevolezza, di stima?
Si può essere così disonesti intellettualmente, così faziosi, così meschini o provinciali? Sì, si può e lo vediamo (chi ha lo stomaco forte) in televisione quasi ogni sera verso le Otto e Mezzo, e non solo lì.

Ma tra le forze (o piuttosto direi le debolezze …) politiche invece si fa a gara a distinguersi, a tirare la giacchetta, a tenere il punto su ogni cosa, per paura di apparire troppo adagiati sul “superburocrate”, sul “tecnico”, sul pericoloso esponente dei poteri forti mondiali …, che nel frattempo gli tributano standing ovation o gli chiedono di fare lui il punto sulla situazione dell’economia mondiale, come è capitato in Cornovaglia.

Quanta miopia …! Quanto provincialismo …! Quanta meschineria …! Quanta incapacità di guardare oltre il proprio naso, oltre le elezioni di ottobre, o fosse anche quelle del 2022, o del 2023!
Nessuno (o quasi) si rende conto che abbiamo davanti un’opportunità fantastica di scalare tutte le classifiche di credibilità internazionale, come mai prima. Dico “mai”, e ripeto “mai”.
Anche un pur stimatissimo Romano Prodi divenne Presidente della Commissione Europea DOPO l’esperienza di governo in Italia, esperienza peraltro stroncata da invidie, miopie, squallidi interessi di bottega.

Draghi no, Draghi ha già costruito tutto PRIMA, ed ora viene a concludere la sua formidabile carriera qui in mezzo ad un circo equestre di nani e ballerine, che non riescono ad apprezzare la fortuna (opportunamente guidata, va detto) di poter usufruire di tanta classe e talento.
Dovrebbe esserci una gara ad aiutarlo, a supportarlo …, a convincerlo che solo lui può portare a termine un compito immane come quello di rimettere l’Italia in carreggiata tra i Grandi del mondo.
Italia che per questo anno è anche Presidente del G20, cosa che offre una visibilità notevolissima e quindi un’occasione formidabile per tirarci a lustro davanti al consesso mondiale.
E allora altro che distinguersi, che tenere le distanze, che marcare differenze! Qui serve portare idee, progetti, ma non estemporanei o velleitari, servono proposte da mettere in cantiere subito e realizzare.

Si dirà: ma la sostanza, la sostanza dei provvedimenti, saranno provvedimenti di destra o di sinistra?
Ecco lo sport nazionale dell’estate: Draghi è di destra o di sinistra? Chi se lo intesta? Dove lo collochiamo?
Domanda oziosa, con tutta evidenza. Draghi è Draghi, ha una formazione, una storia, una pratica del potere che sono sotto gli occhi di tutti.
Su Wikipedia c’è scritto: “si definisce un socialista liberale”. E se non l’ha fatto correggere, ci si può credere. Non è quindi un liberista, mai stato; studiò con Federico Caffè, è sensibile alla funzione sociale dell’economia, ed è anche un pragmatico.
Questo lo pone fuori delle posizioni ideologiche novecentesche, ma è indubbio che appartenga ad un’area non stupidamente rigorista, né allegramente liberista.
Inoltre ha un’autorevolezza tale da non doversi sentire legato a posizioni schematiche preconcette.
Dovunque ha governato (perché ha governato, eccome!), ha saputo prendere posizioni che hanno sempre privilegiato lo sviluppo e la distribuzione della ricchezza. Il suo stranoto “whatever it takes” protesse l’euro dalla speculazione, ma soprattutto dalle grinfie di chi, come qualche tedesco, era convinto che le lacrime e il sangue fossero salutari rimedi in tempo di crisi.

Quindi, bando alle ciance. Chi crede che Draghi sia la chiave giusta per affrontare questo terribile ma anche esaltante periodo di ricostruzione nazionale non perda tempo a fargli analisi del sangue. Si rimbocchi le maniche e partecipi, convintamente, concretamente, all’azione di governo, che dovrà comprendere per forza anche poche ma importanti modifiche costituzionali.
L’obbiettivo è costruire una maggioranza solida che possa candidarlo alle elezioni del 2023 e permettergli di governare almeno fino al 2026. Dopo, a quasi ottant’anni, potrà finalmente godersi la pensione e la perenne gratitudine degli italiani.
Vediamo chi ci sta. Vediamo chi si sfila. E in ogni caso dovrà spiegarlo agli elettori …

Questo è un concreto terreno di sfida per la destra, comunque voglia aggregarsi, ma anche per quell’ectoplasma che (non) risponde al nome di M5S, che non ha un leader, non ha un programma, e neanche una sede o uno statuto: il vuoto vestito di nulla.

Per coinvolgere le persone, la “ggente”, ci vuole un progetto chiaro, ci vogliono leader credibili, ci vogliono prospettive certe.
Questa è una prospettiva concreta, ha un nome ed un cognome, ha un Piano che è il PNRR, ha persino una scadenza.

Cosa diavolo vogliamo di più? E soprattutto, chi può dare di più?