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Se non fosse che i rapporti fra i due sono sotto alcuni aspetti non idilliaci, suggeriremmo a Matteo Renzi (sempre pronto a dare una mano, da bravo boy-scout) di fare a Enrico Letta un corso accelerato e intensivo di trappole e tranelli targati “fuoco amico Pd” che inevitabilmente incontrerà (ti proteggerò dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai, cit.), 

Enrico Letta sta cercando di aggirare la tagliola che la Dittina Zingaretti-Orlando (riproduzione in sedicesimo della D’Alema-Bersani) ha piazzato subito sul suo cammino. La candidatura a sindaco di Roma di Roberto Gualtieri, posta come un ukase arbitrario a spaccare il centrosinistra e ad appioppare un sonoro ceffone a Carlo Calenda, è infatti l’esatto antipodo delle buone intenzioni del neosegretario e delle sue perorazioni per un centrosinistra largo e plurale. 

Ma non c’è solo, in questa mossa, il trasparente desiderio di notificare al novellino chi comanda davvero. Candidare l’incolpevole Gualtieri in quel modo sembra fatto apposta per azzopparne la candidatura: ricordo che alle suppletive del marzo scorso l’allora ministro dell’Economia sbaragliò il campo (nel consueto deserto di affluenza) correndo con il simbolo Roma per Gualtieri, ottenendo un risultato più che doppio rispetto al candidato del centrodestra e addirittura più che decuplo rispetto all’avventurata candidata dei Cinquestelle.

Situazioni del tutto incomparabili, naturalmente, ma che indicano come un ampio fronte riformista e civico, certamente non limitato al solo Pd, sarebbe largamente competitivo, sia contro il fortissimo centrodestra capitolino, sia contro la malconcia armata a guida Virginia Raggi, che è –lo si ricordi- la gran nemica della neo assessora della Regione Lazio Roberta Lombardi

Fra pugnali dietro le tende e generale e trasversale confusione, i fautori dell’alleanza massimalista Pd-Leu-M5S puntano con ogni evidenza a fare delle elezioni di ottobre (speriamo) una partita in due tempi, in cui Cinque Stelle e Partito Democratico marcino divisi per poi colpire uniti al secondo turno; e questa strategia, per funzionare, deve essere bilaterale

Calenda deve essere insultato ed estromesso perché sia “costretto” a candidarsi comunque. Scenario nel quale per Italia Viva, malgrado gli improvvidi tweet di Carlo il Temerario, sarebbe impossibile non appoggiarlo (pur avendo sostenuto la candidatura di Gualtieri alle suppletive). A quel punto il legittimo desiderio di protagonismo dei liberaldemocratici potrebbe rovesciarsi nel paradossale appoggio al machiavello dei massimalisti: che probabilmente sarebbero più contenti di un accordo di secondo turno in favore della Raggi, meno lacerante per i Cinquestelle, con la possibilità di dire “ci abbiamo provato, ma…” e l’opportunità di utilizzare a mani basse il consueto mantra dell’#hastatorenzie.

Se questo quadro ha una pur minima plausibilità, non dobbiamo risparmiare sforzi per fare da sponda a Letta nel suo tentativo di schivare l’insidia e favorire una maturazione condivisa della candidatura Calenda (obiettivamente la migliore per competenza) ovvero per mettere precisi paletti alla candidatura Gualtieri. Il principale, oltre alla pari dignità della coalizione, è il rifiuto di apparentamenti di secondo turno. Perché la maggioranza dell’Aula Giulio Cesare del Palazzo Senatorio deve essere senza incertezze nelle mani della coalizione che si sia presentata ai Romani e ne abbia ottenuto la fiducia. Venir meno a questo principio significa volersi male. E volerne a Roma