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È di poche ore fa la notizia delle dimissioni di Nicola Zingaretti da Segretario del Partito Democratico.

Siamo in un’altra casa, è vero, ma quanto accade all’interno del PD genera sicuramente in noi interesse, se non altro perché guardare la propria vecchia casa suscita sempre emozioni ed empatia, sia in senso positivo che negativo.

Assistiamo da diverso tempo alla nostra vecchia casa che va a fuoco, e questo è innegabile.

Le dimissioni di Zingaretti sono nell’aria da qualche giorno: si diceva infatti che il Segretario si sarebbe dimesso in vista dell’Assemblea nazionale convocata per il 14 marzo. E quelle dimissioni sono arrivate, a spiegare anche il motivo per cui all’ultima Direzione nazionale il gruppo dirigente ha chiuso alla possibilità di nominare una Vicesegretaria con funzioni vicarie donna, così da dare un segnale dopo l’occasione mancata di rispettare la presenza femminile di persone competenti nel partito dando loro un giusto riconoscimento del merito con le nomine dei Ministri (essendo poi la nomina dei Sottosegretari un palliativo bello e buono). Una chiusura totale, che è passata dalla non ammissione di una mozione perfettamente ammissibile, fino al togliere la parola con la chiusura del microfono a chi proponeva quella mozione. Come ad un Tria qualsiasi.

Il potere, nel PD, è ormai gestito da una cerchia ristretta di persone che governano le correnti: sempre gli stessi volti, sempre uomini. E così la mancata nomina di una donna alla Vicesegreteria e le mancate dimissioni di Andrea Orlando da Vicesegretario trovano una spiegazione, purtroppo, nella premeditazione delle dimissioni del Segretario e nella volontà di conservare il potere nelle mani dei soliti e delle correnti.

Come andrà davvero a finire non si sa: c’è la possibilità, ventilata da alcuni esponenti del PD, che l’Assemblea nazionale tra dieci giorni rifiuti le dimissioni di Zingaretti, e sarebbe un teatrino sicuramente poco serio; c’è la possibilità di una reggenza per pochi mesi fino ad un nuovo Congresso, da affidare al Vicesegretario (Orlando, uomo) o ad un’altra personalità; c’è poi l’opzione, che sembra remota, di un affidamento al Vicesegretario della Segreteria vera e propria fino allo scadere del mandato di questa Assemblea nazionale tra due anni.

Comunque vada, il PD non esce certo bene da questa situazione. La crisi del PD va avanti da parecchio tempo e le peripezie del partito negli anni sembrano certo dare conforto a chi pensa che il declino politico della formazione nata dai DS e della Margherita nel 2008 sia un destino ineluttabile. Le elezioni, per il PD, non sono mai state un passaggio facile: sconfitti nel 2008, pareggio nel 2013, perdita notevole di consenso nel 2018.

Alcuni hanno attribuito a Matteo Renzi le sconfitte del PD, ma a ben vedere ciò che a Matteo Renzi meglio si può attribuire è il trionfo delle Europee del 2014: lì il PD aveva una Segreteria nuova, un nuovo indirizzo politico, una nuova spinta propulsiva; e non aveva ancora affrontato lo stillicidio interno che ha seguito l’elezione di Renzi come Segretario. Perché se alcuni dirigenti di un partito politico dicono “Siamo un buon partito, con buone idee e buona guida” ed altri, contemporaneamente, ogni giorno escono sulla stampa e sui media dicendo “Il leader non va bene, non facciamo cose giuste, non siamo un buon partito”, è chiaro che gli elettori nella migliore delle ipotesi sono disorientati e stanno a casa, nella peggio guardano altrove.

Lo stillicidio, il fuoco amico, nel PD sono una costante fin dalla sua nascita.

E poi c’è la questione del potere: il PD è un partito “del potere”, ed è diventato un partito “delle poltrone”. Le poltrone che vengono spartite dalle correnti, le poltrone di governo, le poltrone che si vogliono occupare a tutti i costi. Le poltrone che sembrano essere l’unica cosa da preservare nei secoli dei secoli. Il PD è un partito che perde le elezioni, ma che in modo o nell’altro si ritrova sempre al potere. Le poche parentesi di legittimazione popolare di quel potere sono state durante il Governo Renzi, suffragato da un risultato alle Elezioni europee straordinario, segno che i cittadini italiani quel potere ce lo volevano assegnare.

E poi gli errori politici della leadership degli ultimi anni: l’appoggio incondizionato al Governo Conte II, la critica continua, fino all’insulto, di chi osava dire che forse qualcosa non andava; e poi l’aver pensato che Giuseppe Conte potesse essere un federatore del Centrosinistra in un’alleanza tra PD, Movimento 5 Stelle e LEU. Un federatore che poi è stato designato come leader di un altro partito e che, stando ai sondaggi, farebbe precipitare il PD al 14% dei consensi.

Zingaretti dice che ha “salvato” il PD, prendendolo in mano con il 18% dei consensi: è vero, il consenso all’epoca era al 18%, ma negli anni di guida di Zingaretti tali consensi non sono certo cresciuti, anzi. Oggi, appunto, il PD è dato al 14%, con Conte leader del Movimento 5 Stelle.

Quello con i grillini è stato un abbraccio mortale, un errore politico che Zingaretti ed il PD pagano caro. Pagano con la distruzione politica di un partito che era nato per unire e per dare una visione del futuro, e che invece è finito lacerato dalle divisioni e ha costantemente rivolto lo sguardo al passato. Una tendenza iniziata con i continui attacchi a Renzi, fino a costringerlo ad uscire e a fondare la nostra nuova casa, Italia Viva.

È ridicolo che ancora oggi si attribuisca a Renzi il declino continuo del PD: era una tesi che poteva essere plausibile fino a qualche tempo fa, ma che è stata contraddetta dai fatti. Noi, i “renziani”, siamo in un’altra casa, fuori dal PD: eppure il PD ogni giorno fa un passo verso il baratro. Gli attacchi dall’esterno distruggono il partito? Può anche darsi, ma dall’esterno gli attacchi sono la norma, sono il normale svolgersi del dibattito politico democratico. La distruzione di un partito non può essere dovuta ad attacchi di altri dall’esterno di altri partiti, bensì, quando si tratta di politica e non di ingerenze di altri poteri dello Stato (come accaduto ad altre formazioni politiche del passato, vittime inermi e come rischia di accadere ancora oggi), all’incapacità della leadership di farvi fronte e di unire le forze per contrastare gli avversari.

Questa è la dura realtà, che il PD deve accettare: è la leadership che è carente, e il PD si sta distruggendo dall’interno.

E sia chiaro, non mi fa piacere vedere la mia vecchia casa che va a fuoco perché qualcuno dimentica costantemente il caminetto acceso. La fine del PD segna la fine di un’epoca politica e la fine di un progetto che era nato con le migliori intenzioni, ma che non ha saputo stare al passo con i tempi, rispettare i propri ideali e i propri leader. Da sempre.

Siamo usciti giusto in tempo per non essere vittime politiche dell’incendio. Ora altri proveranno a salvarsi.

Qui sotto, intanto, il grafico dei voti del PD nel tempo, che rendono evidente come la storia del partito sia una storia di inesorabile declino di consenso nel Paese.

Andamento dei voti del Partito Democratico dal 2008 al 2019 (voti reali, basati sui risultati alla Camera dei Deputati)
(*) Elezioni politiche 2006: somma dei voti (al Senato) di DS e La Margherita
(**) OGGI: dato basato su sondaggio SWG per La7 diffuso il 01/03/2021 (stima voti assoluti sulla base degli aventi diritto alle Europee 2019, affluenza stimata dal sondaggio SWG pari al 65%)