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Sono giorni che questa immagine mi gira nella testa. Non è aprile, “il mese più crudele”, siamo quasi in estate e tutti confidiamo di poterci lasciare alle spalle, piano piano, un anno e mezzo tra i più crudeli della nostra storia recente. Non mi piacciono i paragoni con la guerra, ma comunque sono stati mesi che non dimenticheremo facilmente. Ed è giusto non dimenticarli.
Tuttavia, malgrado le speranze di una buona e nuova stagione, persino di un nuovo boom economico (lo prevedono in tanti, e forse hanno ragione), non riesco a togliermi dalla testa quella “terra desolata” che mi pare diventato il panorama politico italiano.
Non ho memoria, malgrado i non pochi anni sul groppone, di una tale “desolazione”, a destra, al centro (ma esiste davvero un centro politico che non sta né di qua né di là?) e a sinistra.

Bisogna essere franchi: l’irruzione sulla scena politica italiana del M5S ha provocato quello che probabilmente Casaleggio sr. e Grillo programmavano e che si è purtroppo verificato, ovvero la distruzione del “sistema”, qualunque cosa questo termine rappresenti.
Non mi spaventa il sovranismo, il populismo, nemmeno l’estremismo destrorso di certi movimenti: esistono in natura, esistono ovunque nel mondo occidentale, possono avere maggiore o minore appeal, ma hanno certe radici storiche, hanno “tradizioni”; li combattiamo, più o meno efficacemente, ma li conosciamo da un secolo e, se vogliamo, sappiamo come contrastarli.
Ma un movimento che pretende di dare forma politica al “vuoto”, al “nulla”, all’assenza totale di referenti culturali e storici, alla pura ed infantile protesta per la protesta, allo sfregio istituzionale, ci ha messo tutti in difficoltà serie.
Anche perché il “vuoto” è rimasto tragicamente tale, ma i voti raccolti sono stati tanti, e così i parlamentari eletti, e così la inevitabile conseguenza di governare, di “dover” governare, anche se l’inadeguatezza era palese, evidente, inconfutabile, e soprattutto mastodontica.
E ancora adesso che i veli sono caduti ed è chiaro a tutti (quasi tutti, a Travaglio non ancora, ma è un caso umano …) che non solo il re era nudo, ma non c’era neppure il re, era un ologramma, un’illusione, un gioco di specchi, ancora adesso rimaniamo avvolti in una malia che ci impedisce di ragionare, di essere razionali, lucidi, costruttivi.

La destra, come al solito, se ne fotte, visto che non si pone problemi di ragionamento, di costruzione logica di un progetto, pensa solo a dare voce a quelli che non vogliono rotture di scatole e chiedono semplicemente di farsi i fatti loro.
La sinistra non può farlo, non ci riesce, è fuori del suo abito mentale. E allora si avviluppa, si violenta, si dibatte, si agita scompostamente, schiava di vecchie abitudini, di vecchi schemi da cui non sa liberarsi.
E si divide, litiga, si contrasta, diffida di tutti, si aggrega in mille microscopiche entità all’interno delle quali cerca un minimo di sicurezza. E non la trova.

Che fare? Come attrezzarsi a superare questo infinito tornante della Storia, che pare riportarci sempre allo stesso punto? Come se ne esce, come si può ritrovare la voce, le parole giuste per parlare a quella parte di elettorato sfiduciato, scoraggiato, disilluso, ormai scettico su tutto, ma che sotto sotto chiede solo di essere governato, con ordine, con logica, con raziocinio?
Non sono quattro gatti, sono tanti, ma dove sono finiti, come li si raggiunge, come si fa loro capire che un’altra strada è possibile, che si può tornare a vivere, lavorare, crescere, creare, dare merito al merito, e che lo Stato può fornire servizi e regole per aiutare e non per intralciare la voglia di vivere e crescere di ognuno?

Il famoso “stellone” italiano (opportunamente indirizzato dalla capacità e dalla visione di un paio di politici “fuori serie”: Mattarella e Renzi, tanto per non fare nomi) ha portato a Palazzo Chigi Mario Draghi, l’italiano più stimato, più ascoltato, più ammirato nel mondo. Di lui possiamo fidarci, basta non sabotarlo (e non sarebbe la prima volta …!).
Ha con lui gente preparata, ha la determinazione e l’autostima necessarie per tirare dritto, ma purtroppo intorno c’è “la terra desolata”, un marasma mai visto.

Il partito che dovrebbe fare da perno è guidato da un Segretario debole con intorno undici (sì, pare siano proprio undici, correnti in competizione spesso feroce), a sinistra sei o sette micropartiti inconcludenti e acchiappanuvole, al centro altre micro-entità che si guardano bene dall’unirsi.
Una cacofonia incomprensibile, un intreccio di ambizioni, di smanie di protagonismo, di false leadership.
A ottobre si voteranno i Sindaci di mezza Italia (più la Calabria) e non c’è città dove sia chiara una strategia, un indirizzo.
Solo a Milano, non a caso unica città davvero europea, si intravede un percorso definito. Altrove c’è un formidabile pasticcio di nomi e di sigle che non tengono in conto alcuno i valori reali in campo e le esigenze amministrative.
Contrapporre per la necessità insopprimibile di contrapporre, in un forsennato “match race” da Coppa America, dove non è importante andare più veloci, ma ostacolare l’avversario ed impedirgli di andare in testa.

È il solito “cupio dissolvi”, la consueta tendenza all’autodistruzione, che sta impadronendosi del campo del centrosinistra.
Ho l’impressione che si abbia troppa confidenza nel fatto che mancano ancora quasi due anni alle elezioni, come se il tempo potesse aiutare a chiarirsi le idee. Temo che non sia così.
Due anni passano in fretta se non si sa come riempirli, o se li si spende solo a posizionarsi, quando invece ci sarebbe da ricostruire una proposta politica vincente ma soprattutto convincente per quella fetta di cittadinanza che vorrebbe vivere in un Paese moderno, efficiente, competitivo, accogliente.

Dovremmo mettere mano ad una riforma costituzionale (adesso, a 5 anni dal referendum, hanno capito tutti che è indispensabile), ad una legge elettorale che permetta di ottenere una ragionevole stabilità di Governo. Ci sono le riforme chieste dal PNRR, snellire la burocrazia, costruire le infrastrutture, avviare la transizione ambientale, valorizzare la scuola, rifondare la Giustizia, mai come oggi squalificata e travolta da scandali indecenti.

Draghi può fare molto, ma non da solo. Bisognerebbe aiutarlo, facilitargli il compito, aprirgli la strada per portare a termine, lui e non altri, nel 2026, il Piano.
Sono compiti che spettano alle forze politiche, nessun altro può farlo in una democrazia. Ma forze politiche che abbiano idee, non il vuoto vestito di nulla.
Se non si comprende l’entità della sfida che abbiamo davanti continueremo così, col piccolo cabotaggio, tirando Draghi per la giacchetta, agitando bandierine ideologiche, contenti di strappare una nomina o un comma più favorevole nella legge di bilancio, senza alcuna visione, senza prospettiva, senza l’ambizione di fare qualcosa di grande ed importante.

Continuiamo ad aspettare che il vuoto si riempia … e aspetteremo a lungo, scoprendo troppo tardi che è ormai troppo tardi.
La distruzione del “sistema”, sogno millenarista di Casaleggio e Grillo, sarà arrivata alla fine e resterà solo “la terra desolata”.

Ma chi se la prende una responsabilità così? Chi potrà raccontare ai propri figli che avremmo potuto cambiare il mondo, ma non l’abbiamo fatto perché dovevamo aspettare che un sedicente avvocato del popolo venuto dal nulla si facesse eleggere, su una piattaforma fantasma, a capo di un Partito non-Partito, con uno Statuto non-Statuto, in un luogo dove si agitano improbabili figuri senza arte né parte, vogliosi solo di non uscire dal Palazzo che volevano distruggere, e che stanno in effetti distruggendo?

Il centrosinistra ha le risorse per porre in atto azioni che impediscano tutto questo; ha una classe dirigente, ha esperienza, ha una storia alle spalle da cui imparare, volendo.
Dovrebbe svegliarsi dall’incantesimo, scuotersi e attraversare questa “terra desolata”, convincersi che in fondo, forse, c’è “la terra promessa”.

P.S.: un pensiero a T.S. Eliot e a Barack Obama.