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È facile verificare, sui social e sui giornali, che le asprezze critiche e le reciproce denigrazioni fra iscritti, aderenti e simpatizzanti di Italia Viva e i loro omologhi del Partito Democratico hanno particolare frequenza e virulenza. Non è strano, e non dipende da ostilità e lontananza, ma dal suo esatto contrario: dall’affinità e dalla vicinanza regalataci dall’aver vissuto, la maggior parte di noi, nella stessa casa comune. 

Certo, nell’odio a volte parossistico manifestato da alcuni pasdaran del Nazzareno ci sono cascami di molte cose: dall’antico riflesso stalinista e terzinternazionalista fino al cosiddetto rancore del beneficato, di cui sembrano affette e affetti molti esponenti dem che sono venuti all’onor del mondo con e grazie a Matteo Renzi

Dietro questa cortina fumogena e le piccole meschinità e gli accidenti delle biografie, c’è però una sostanza comune, l’incombenza di un comune dovere, che è tanto più cogente quanto più sia forte la nostra soddisfazione per esserci allontanati da quel viluppo confuso di burocrazie e irresolutezze che a molti appariva (ed era) il Pd e la loro per essersi liberati del Grande Anomalo, del distruttore del codice genetico del Pd.

Perché il Pd non è nato per caso, e non per caso la forte identità riformista che ha caratterizzato la leadership di Matteo Renzi ne ha marcato il più grande successo e il più grande insuccesso in termini elettorali (per ora; ma si può sempre peggiorare). 

Cosa è accaduto in questo Paese fra il 2006 e il 2008, al tempo dell’ultimo Governo Prodi? Il plastico, pratico fallimento della Union Sacrée antiberlusconiana. La realtà ci disse che un grande Paese europeo non poteva essere governato con l’unico collante di una ostilità. Fu letale a quella causa il rifiuto di accettare il verdetto dei cittadini, che avevano detto a chiare lettere “pareggio”. La saggezza profonda degli elettori avrebbe dovuto indurci a fare allora quel governo di larghe intese che dovemmo varare cinque anni dopo con l’acqua alla gola.

Romano Prodi immolò se stesso, per rispettabile coerenza, nella mission impossibile di provarci, e si sa come andò. Ma quell’esperienza ci insegnò che non bastava un rassemblement, un accampamento di soggetti più o meno disomogenei, ma una forza organizzata e plurale, e perciò stesso faticosa, che tenesse in sicurezza alcuni pilastri della grandezza d’Italia: l’europeismo e l’Occidente, la fiducia nella libertà e nella democrazia rappresentativa, la cultura solidale e ambientalista che tenesse in rispetto i rischi del turbocapitalismo, la patria d’elezione dei diritti civili, dell’innovazione, del garantismo

La differenza era copernicana: costruire non il maggioritario sudamericano votato all’annientamento del nemico, ma un intellettuale collettivo (tale è un partito) portatore di una visione di Paese. Se preferite, il ritorno alla e della politica dopo l’ubriacatura giustizialista e la repubblica senza partiti dei primi anni Novanta Spiace doverlo ammettere, ma l’urgenza dell’esperimento era tale che Silvio Berlusconi (che è certamente una persona dal discutibile senso dell’umorismo e afflitta da satiriasi senile, ma è tutt’altro che un idiota) cercò, con maggiore disinvoltura e rozzezza, di costruirne il reciproco. 

Erano percorsi che, in modo diverso e a partire da opzioni valoriali diverse, conducevano al partito della nazione, l’espressione coniata da Alfredo Reichlin (con altre intenzioni, peraltro) nell’indifferenza generale e immediatamente vituperata quando la riprese Matteo Renzi. Fuor di retorica, si trattava della tardiva evoluzione europea di una politica italiana da sempre anomala nel continente. 

Nicola Zingaretti, Goffredo Bettini e Andrea Orlando, detto con tutto il rispetto, sembrano collocarsi in un evo antecedente, di quando l’ossessione era la perimetrazione delle alleanze e la ricerca di un Papa straniero che superasse il fattore K. Le riflessioni di Gianni Cuperlo, sempre interessanti, a proposito dell’identità scontano quello che a me pare lo stesso ritardo e lo stesso anacronismo: il sogno di ripristinare un’appartenenza ideologica che non ha più sponde nella realtà né punti di consistenza nell’organizzazione del pensiero.

Attenzione, perché l’invettiva contro questo o quell’esponente, questa o quella componente del Pd, sotto le mentite spoglie di una doglianza su ciò che frena il progetto democratico o lo sabota, esprimono in realtà un’antica avversione per la sostanza di quel progetto, che si vorrebbe oggi declinato in forme distorte o paradossali.

Il cosiddetto renzismo non è stata l’invasione degli Hyksos nel destino del Pd: ne è stato, piaccia o meno, il momento più composto, efficace e riuscito. Con luci, con ombre, con successi e disastri, ma assolutamente consono e conforme alla ragione sociale di quel lontano 2008. Zingaretti finge di vergognarsi del Pd perché intimamente rifiuta quella ragione sociale

Noi no. Sappiamo che quella stagione è tramontata, e non ne inseguiamo improbabili riedizioni. Sappiamo anche, però, che la domanda a cui cercammo di rispondere nel 2008, auspice Walter Veltroni, è ancora lì intatta; e solo da essa possiamo ripartire. Con chi ci sta, con chi vuole, con chi può, come dettino diversità, aspirazioni e circostanze; ma senza ridicoli anatemi, conventio ad excludendum e pretese di ortodossia. 

Per questo, fratelli e sorelle separati del Pd, non abbiamo lezioni da impartirvi e non pensiamo che dobbiate o possiate impartircene. Viviamo con sofferenza le vostre difficoltà e con sdegno le parole atroci che gente come Rocco Casalino vi vomita addosso. Volete scegliere un reggente, incoronare Letta, praticare un draghismo ben temperato? Non è affar nostro, fate come più vi aggrada. Ma per quanto possa essere bello bisticciare sui social, passare da un “noi ve l’avevamo detto!” a un “Ci avete lasciato gli infiltrati in casa!”, la verità è che avete bisogno di noi, e che noi abbiamo bisogno di voi. Quel che più conta, l’Italia di domani ha bisogno di entrambi. Pensateci, fra una sardina e l’altra.