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Si definisce “sopra le righe” l’atteggiamento di chi reagisce in maniera spropositata ad un evento, ad una presa di posizione, accentuando i toni, esagerando reazioni e commenti, attribuendo esorbitante rilevanza a cose di più o meno “normale” portata.
L’atteggiamento è tipico di certa bassa teatralità, che abbisogna dell’acuto per ottenere attenzione, non riuscendo nello scopo attraverso più piane e misurate espressioni.
Le “righe” di cui si parla sono, come sanno gli amanti della musica, quelle del pentagramma che, come suggerisce il nome, sono cinque, quindi un numero tutto sommato limitato, ma comunque adatto a contenere una pluralità di espressioni musicali, di variegato genere.
Ciò non toglie che sia concesso scrivere note fuori da esse, sotto o sopra, per meglio comprendere le vaste potenzialità espressive di strumenti e voce umana.

Insomma, tutto questo pistolotto per introdurre un vezzo, un’abitudine, che va ormai consolidandosi presso troppe persone, con più o meno elevata visibilità sociale.
Giusto qualche esempio, tanto per gradire.
Partiamo dal solito impagabile (ma lo pagano comunque) Mr. Mark Trouble, ormai vedovo sconsolato e inconsolabile dei fasti di soli pochi mesi fa, quando, dal trono del suo gazzettino o attraverso conduttrici compiacenti, con baldanza dettava la linea a Premier e Ministri che, senza fiatare, ubbidivano.
Messo brutalmente ai margini dalla svolta politica di un anno fa (l’azzimato binomio Conte-Casalino sostituito con il cortese bulldog Draghi), non sa più come farsi notare e quindi non trova di meglio che alzare sempre più il livello delle sue giaculatorie.
Vaneggia di conferenze stampa da “Corea del Nord”, solo perché il Premier Draghi osa NON prestarsi alle sue perentorie richieste, pretende che dica quello che vuole lui, come fosse un Conte qualsiasi: “sarebbe il caso di parlare chiaro, altrimenti è inutile fare le conferenze stampa; le sue risposte sono state abbastanza imbarazzanti”. Tradotto: le possibili risposte te le detto io e tu puoi solo scegliere la preferita, chissà, mettendo una crocetta sul modulo predisposto …, un “sì” o un “no”, senza altre possibilità, nemmeno il classico “non lo so/non rispondo”.
Quindi, sereno come un Robespierre di provincia, pronuncia la fatale ed irrevocabile sentenza: bocciato, il candidato Draghi si ritiri e si vergogni.

E poi Vincenzo De Luca, al quale pure tante volte ho tributato la mia ammirazione come amministratore efficiente e sagace, anche lui in preda alla smania di dettare legge: emette un’ordinanza contro le decisioni del Governo, il Tar gliela fa ritirare, lui non ci sta e parla di “demagogia sconcertante ed inaccettabile”, iscrive Draghi al “club degli sfondatori di porte aperte”, di cui forse lui stesso è Presidente, lo sfotte dicendo che l’ha visto camminare sulle acque del Tevere, tutto molto, molto sopra le righe.

Fin qui i più noti urlatori, cui potrei aggiungere Cacciari, filosofo virologo, Sgarbi e Montanari, cui la storia dell’arte ha insegnato poco o nulla, o conduttori “sopra le righe” per contratto, più tutta la canea urlante dei no-vax, no-pass, no-tav, no-gas, no-qui e no-lì.

E poi ci sono i criminali, quelli che “sopra le righe” vivono perennemente, e nemmeno sanno dove stanno le righe, tanto fuori dal consesso sociale si collocano.
Mi riferisco a quell’esercito di soggetti, purtroppo molto, troppo consistente, che usa abitualmente la Rete come un corpo contundente, senza rischiare le conseguenze che patirebbe se il corpo contundente fosse un manganello (scordatevi le eleganti statuette di alabastro dei gialli di Agatha Christie: il manganello è sempre stato la storica arma di fascisti e nazisti, e qui proprio di quelli stiamo parlando, dichiarati o meno).

Non mi stancherò mai di sostenerlo: uno strumento di civiltà come la Rete è stato trasformato in una fogna maleodorante ed infetta da chi, per utile diretto o per malintesi e mistificatori spiriti libertari, continua ad opporsi all’abolizione dell’anonimato.
Nella totale indifferenza dei più, che evidentemente considerano il fenomeno insito nel mezzo e quindi inemendabile; un po’ come se, riconoscendo l’omicidio come atavica (da Caino in poi) deviazione dell’essere umano, si rinunciasse a sanzionarlo. Tanto, che ci vuoi fare …
Le ultime abominevoli espressioni di odio in occasione della morte di David Sassoli sono solo l’ultimo esempio. Altri ne verranno ancora e altri, e altri.

È così da anni, da decenni, da che la Rete è diventata di tutti e per tutti. E malgrado questo, il tabù dell’anonimato persiste: chi ne parla viene bollato come profanatore di un malinteso concetto di libertà, che invece è solo violenza selvaggia.
Non si vedono petizioni, prese di posizione, progetti di leggi o regolamenti, nulla di nulla. Eppure tutte le volte ci si indigna, ma neanche troppo, per così tanta gratuita violenza.
Non ci sono altre soluzioni possibili: la Rete non deve più essere accessibile a soggetti anonimi. Ognuno il suo nome e la sua faccia, quella vera, a rispondere delle mostruosità che partorisce.

Non basterà certo, perché quel baldo esponente di AFD in Germania la faccia ce l’ha messa, e se ne è pure vantato, e così pure il Consigliere del Carnevale di Ivrea, forse troppo compreso nella violenza delle arance. Ed anche altri, sempre troppi. Che però almeno conosciamo e possiamo perseguire e condannare.

Le leggi e i regolamenti certo non eliminano i reati e i comportamenti devianti, ma distinguono il campo dei comportamenti accettabili da quelli socialmente inaccettabili. Questo è il compito di un’organizzazione sociale e non ci si può rinunciare, per nulla al mondo.

Insomma, il problema che sto denunciando è che ci stiamo abituando, ci siamo già abituati, ad una comunicazione sociale sempre “sopra le righe”, sempre esagerata e smodata. Finiamo per considerarla normale ed inevitabile, perdiamo la capacità di indignarci e veniamo sopraffatti dalla violenza verbale, che talvolta diventa anche altro.
Se uno alza la voce anche gli altri sono costretti a farlo, in un crescendo infinito, come in un cattivo ristorante troppo affollato. Viene voglia di alzarsi e andare via.
Sì, ma dove?