Seleziona una pagina

Si riparte! Il cambio di governo ha portato competenza, concretezza, capacità operativa, massima autorevolezza internazionale. E guarda caso, sono arrivati i risultati: sul Recovery Plan, sulla campagna vaccinale e sulla ritrovata centralità dell’Italia in Europa e in Occidente. Chiunque abbia contribuito a fermare la deriva venezuelana del Conte bis, ha fatto il migliore dei servizi al presente e al futuro di questo Paese. Sì, ne è valsa pena!


Il cambio di passo che fa rinascere il Paese

La vaccinazioni si stanno stabilizzando sui 500mila vaccini al giorno. Segno evidente di una rivoluzione nell’organizzazione della campagna vaccinale, che il precedente esecutivo aveva ridotto a costosa e inefficiente fanfara propagandistica, a colpi di primule e furgoni con circo mediatico al seguito. Abbiamo visto vaccinare amici degli amici, categorie professionali favorite dalla loro forza elettorale e/o sindacale. Il tutto a danno di chi aveva davvero diritto di precedenza, a cominciare dai più fragili. Ovviamente, senza che il personale medico e sanitario, fatto di angeli impagabili per spirito di servizio e professionalità, avesse minimamente responsabilità. Il generale Figliuolo, scelto da Draghi al posto di Arcuri, ha messo fine a questo schifo assoluto.

ANSA/ANGELO CARCONI

Men at work da una parte, personaggi in cerca di identità da un’altra

Oggi vediamo le figure del Presidente Draghi e del generale Figliuolo giganteggiare con leggerezza sulle miserrime polemiche di bottega dei due partiti maggiori, Lega e PD, i cui rispettivi leader sono impegnati in un avvilente ping-pong quotidiano a base di dichiarazioni, risposte e contro risposte. Ma se parlare alla pancia del paese bypassando ogni riflessione, così come il piantare bandierine elettorali costituisce una nota specialità del selfista padano, assai più triste è vedere l’affanno con cui il nuovo segretario dem tenta ogni giorno di barcamenarsi sulle sabbie mobili dell’alleanza col populismo grillino.

Avanti (a testa bassa) con Conte. La continuità tra Zingaretti e Letta

Più si dimena e più affonda nella retorica pentastellata. Il fragile e asettico aplomb che gli viene riconosciuto d’ufficio da un variegato esercito mediatico di “inconsolabili”, misto a un’incrollabile supponenza culturale, non bastano a riempire il vuoto e l’inconcludenza degli altisonanti slanci verbali. E così, lo vediamo ogni giorno cercare nervosamente un pretesto polemico per specchiarsi nel leader leghista, affidando alla sola immagine riflessa che ne deriva la narrazione della propria diversità.

Ma non è un po’ poco aver bisogno del cattivone per essere avvertito come progressista? Non è un giochino troppo facile e inflazionato? Cosa vuole farsi perdonare il successore di Zingaretti? Forse l’essere costretto a sorridere (palesemente controvoglia) a un premier che gran parte del suo elettorato vive come un usurpatore? Come colui che ha strappato di mano il timone al “grande punto di riferimento dei progressisti”? Si è davvero convinto di avere la forza di logorare Draghi? Il capoccia Bettini è davvero così persuasivo? O piuttosto, il “nuovo corso” è già così invecchiato da vedersi costretto a ripiegare h24 sul più impotente e obsoleto degli spauracchi: il famigerato “sennò vince la destra”? Una china che impedisce al Nazareno di emanciparsi perfino dalla figura della sindaca Raggi. Come dimostra la candidatura di Gualtieri e le primarie farlocche costruitegli intorno.

Intanto si riparte. Cuore in pace, guys!

Ma nonostante tutto questo, si riparte. Nonostante le carneficine rapidamente pronosticate ma smentite dai fatti. Fatti contro i quali hanno ancora il coraggio di scagliarsi tanto i numerosi giannizzeri giallorossi quanto alcuni esimi addetti ai lavori, in preallarme per il possibile, progressivo spegnimento delle luci della ribalta.

Si riparte. Con prudenza, ma si riparte. Nonostante il sordo mugugno, la malcelata voglia di rivalsa, la tigna ideologica di tanti.