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Si può comprendere che i media italiani, protesi come sono a capire se ci fosse o meno la Jacuzzi nella stanza d’albergo di Matteo Renzi a Dubai e in generale a narrare i piaceri sardapanaleschi cui indulge l’ex-premier nelle contrade d’Arabia, non dedichino molto spazio alle grinfie insanguinate della dittatura comunista di Pechino che stendono i loro artigli sui diritti democratici a Hong Kong. 

E per la stessa ragione, pur costretti a darne cenno, tengano lontano dalle prime pagine quanto accade in Myanmar, dove un popolo eroico si leva contro una tirannide feroce e assassina, opponendo le mani nude ai carrarmati per difendere la democrazia. Ci sarà una versione birmana della Marsigliese? Se non ci fosse andrebbe creata, e cantata in ogni dove, come inno universale di quanti anelano alla libertà. 

La persona per cui i martiri birmani versano il loro sangue si chiama Aung San Suu Kyi, icona della pace premiata con il Nobel e insignita di numerosi riconoscimenti, fra cui il Premio Sakharov per la libertà di pensiero assegnato dal Parlamento Europeo.

È una santa? No, è una donna che si è formata nel fuoco e nell’acciaio della lotta (suo padre, eroe nazionale, venne ucciso da avversari politici) e si è assunta le difficili responsabilità di governo in quel Paese tormentato: la dura repressione dell’eservito contro la minoranza mussulmana dei Rohingya le ha attirato molte critiche, per un suo presunto avallo; e benché manchino troppe informazioni per valutarne la fondatezza, sono sufficienti a non assegnarle un’immagine angelicata, di donna venuta a miracol mostrare. 

Lo spartiacque è semplice: una leader democratica, con limiti, errori e contraddizioni, rispetto all’ottusa malvagità dei fascisti in divisa. Nessun dubbio, almeno per noi, sulla parte da cui stare. 

Ma c’è un aspetto che è interessante sottolineare: i militari mettono sotto accusa Aung San Suu Kyi non perché abbia violato la Costituzione o si sia resa responsabile di disastri e fallimenti, o di repressioni e torture. La accusano di corruzione, e di corruzione sono accusati i suoi collaboratori, i suoi ministri, i dirigenti del suo partito. 

È il grimaldello usato da tutti i fascisti e da tutti  golpisti del pianeta come foglia di fico delle loro vergogne: il farsi interpreti di un repulisti, essere vindici dell’indignazione popolare contro i politici succhiasangue, che stornano a proprio profitto quanto dovrebbe appartenere al popolo. Ed è la leggenda metropolitana con la quale dappertutto si cerca di delegittimare i Parlamenti a vantaggio delle corporazioni, delle caste, delle camarille. 

Questo storytelling, assai longevo (ricordate la macabra battuta secondo cui quando appesero per i piedi Mussolini dalle sue tasche non uscì neanche un soldo, mentre mettendo nella stessa posizione i politici di adesso ne sarebbero usciti fiumi di soldi?) ha conosciuto un revival in tempi recenti, dalla stagione di Mani Pulite in Italia, alle crociate di Garzòn in Spagna, fino al caso èclatante di Lula in Brasile

Gli esiti di questa lotta alla “corruzione sistemica” sono stati invariabilmente reazionari, con varie gradazioni. E hanno invariabilmente determinato una situazione corruttiva non migliore del passato. Perché punire i casi di corruzione in alto loco (si veda la recente condanna di Sarkozy) è possibile soprattutto se si sta ai fatti, alle indagini, ai riscontri, e non agli ideologismi sociologici.

La battaglia di Yangon non è solo il luogo in cui cadono nostre sorelle e nostri fratelli rispetto ai quali dovremmo essere meno distratti: è anche una preziosa cartina di tornasole per capire le armature ideologiche e gli inganni populisti del vecchio e del nuovo autoritarismo. Comunque cerchi di traverstirsi.