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La scelta di Matteo Renzi di non celare i suoi molteplici impegni e relazioni internazionali sta avendo il più prevedibile degli effetti: la sollevazione di un pavloviano polverone mediatico. Trattasi di un elementare automatismo antropologico, figlio di tante cose. In primis, della necessità di monetizzare la pulsione voyeuristica del “circo mediatico”. A questo approccio, che ha esondato da tempo dall’originario alveo dell’intrattenimento “cattivista” e/o pruriginoso della tv trash, si accoda comodamente e con ampio margine di movimento la cultura sempreverde del linciaggio politico.

Tutto nella norma. L’azione decisiva del rignanese e di Italia Viva nel bloccare la deriva venezuelana del Conte bis, favorendo il benefico arrivo di Mario Draghi alla guida del Paese, ha creato un profondo senso di spaesamento nell’affollata e assortita schiera del populismo giallorosso.

Tanti (troppi), a tutti i livelli, si erano convinti che per “sfangarla” a livello internazionale, ossia col Recovery Plan, sarebbe stato sufficiente vendere la stessa inconcludenza e fuffa terminologica spacciate per antica saggezza, come durante l’overdose di conferenze stampa del predecessore di Mario Draghi. Era dunque inevitabile che anche i nervi più saldi saltassero, “così, a unisono”, come direbbe qualche mitico personaggio di Carlo Verdone.

Foto Stefano Cavicchi – LaPressepolitica

Ed ecco l’incremento del linciaggio, del tiro al bersaglio, della caccia all’uomo, quali effetti collaterali da mettere però pragmaticamente in conto.

Trattasi di terapeutica blandizia della pancia del tifo ideologico. Quel tifo cieco e incattivito che già a scopo auto terapeutico finge di credere alla narrazione antidepressiva dell’avvocato del popolo come reale figura politica e non come prestanome di tutti i Borboni d’Italia, finalmente riuniti. 

Ma è sbagliato, poiché non funzionale, recriminare troppo e soffermarsi per più di qualche minuto su quanto questo sia sintomo di condizione e concezione periferica di gran parte della nostra classe dirigente rispetto alla realtà geopolitica globale. È cosa risaputa. Mentre invece è urgente prepararsi anima e corpo ad “aggredire” (perché affrontare non basta) qualsiasi scenario comporti sul breve e medio termine la storia di questi ultimi mesi.

I numerosi inconsolabili del precedente inquilino di Palazzo Chigi, di fatto ammettendo di vivere di insicurezza e di ossessione (oltre che di sete di vendetta), pendono dai rumors riguardanti un prossimo abbandono della politica da parte del leader di Italia Viva. Ora, solo Renzi, nel caso, sa quello che farà domani, tra un mese o tra un anno. A tutti coloro che sono suoi sostenitori e sostenitori di Italia Viva, spetta il compito di prepararsi a qualunque scenario. Resterà in politica? Il discorso finisce qui. Ma se davvero dovesse decidere di accettare qualche ruolo internazionale di alto livello, pubblico o privato, i suoi sostenitori devono fare tesoro della giusta scelta di far nascere Italia Viva, quale primo atto di emancipazione dal partito di provenienza oramai ex riformista. Un primo passo che da solo non può bastare, ma che doveva essere fatto. Aver dato anche solo un po’ di speranza al campo riformista è il senso profondo dell’atto fondativo di Italia Viva. Quindi, il percorso di costruzione di un’alternativa liberale e riformista, e autenticamente europeista e atlantista, semplicemente continua.

Da subito Italia Viva si è posta come un primo passo, come una fase intermedia della costruzione di un più ampio campo liberaldemocratico. Capitalizzando il più possibile questo periodo di ritrovata autorevolezza dell’Italia grazie alla figura di Mario Draghi. Qualunque cosa significherà capitalizzare: alleanze o fusioni future.

Nessuno dia troppa importanza al rumore di fondo della vendetta, della rabbia personale spacciata per cultura politica, dell’invidia sociale, del moralismo e del conservatorismo rivenduti come supremi ideali. Matteo Renzi ha spalle sufficientemente grandi per sorvolare su tutta questa robetta. Soprattutto se sceglierà la carriera (pubblica o privata che sia) fuori dai confini nazionali e da quelli della politica interna, addirittura rafforzerà i numerosi rapporti internazionali già in essere da Occidente a Oriente, che ne fanno uno dei non molti politici italiani autorevoli all’estero. Anche da fuori, nel caso, per i riformisti e per il Paese sarà un punto di riferimento irrinunciabile.