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Ho avuto la ventura (e anche la pazienza…) di seguire la serie, molto lunga, di interviste pubblicate da Il Riformista ad esponenti più o meno giovani (più meno che più, devo dire) della sinistra storica, alcuni collocati ancora nel PD, altri nelle immediate vicinanze, altri un po’ più lontano. Comunque tutti nomi molto altisonanti e rispettabili. Inutile farne l’elenco, qui ci occupiamo di quello che pensano e dicono.

Ebbene, una cosa appare chiarissima in tutti, nessuno escluso.
In quella parte di sinistra, numericamente piccola ma culturalmente ancora influente, è evidente, ed anche prevalente, un sentimento chiarissimo: la voglia struggente di tornare all’opposizione, togliendosi dalla scomodissima posizione, che la sinistra più “responsabile” ha dovuto mantenere per ormai una decina d’anni quasi interi, di dover rispondere al Paese di quello che riesce a fare e soprattutto di quello che NON riesce a fare.

L’appoggio doloroso a Mario Monti, maldestramente amplificato dai giaguari di Bersani nel 2013, poi l’irresolutezza di Letta 1, quindi il riformismo ed il decisionismo di Renzi, strozzato nella culla dalle invidie e dalla paura del nuovo, la parentesi, breve ed infruttuosa, di Gentiloni, poi il breve e nefasto stacco gialloverde, quindi l’esperienza giallorossa, promossa da Renzi, coi cinquestelle e l’improbabile Conte, avvocato del popolo del quale il PD ha voluto subire l’egemonia, ora l’approdo tormentato al governo Draghi, sempre promosso dal solito Renzi e non ancora vissuto, forse per questo “peccato originale”, come governo “proprio”, ma di nuovo come appoggio obbligato ad una specie di alieno, …

Insomma, per molta sinistra queste continue camicie di forza, molto spesso auto-confezionate ed auto-indossate, stanno diventando un peso insopportabile, una specie di cilicio che martoria le carni, impedendo il libero svolo dell’elaborazione teorica, tanto caro a chi preferisce l’aria spesso un po’ stantia dei convegni (a tutt’oggi impossibili causa Covid) a quella frizzante della lotta politica sul campo aperto (possibile anche in era Covid).
Può parere strano, ma chi è stato testimone di oltre cinquant’anni di politica in Italia sa benissimo che dalle nostre parti stare all’opposizione non è affatto deprimente né inutile, anzi può essere molto fruttuoso.
Puoi criticare, condannare liberamente, puoi alzare la voce, manifestare, elevare vibrate proteste, fare figuroni e strappare applausi nei talk show, senza mai essere chiamato a rispondere di errori, cattive valutazioni, scelte improbabili.
Inoltre è sempre possibile contrattare un ammorbidimento dei toni con qualche bandierina da sventolare, con qualche compensazione di sottogoverno, con qualche negoziazione consociativa, di qua o di là.

Per decenni si è proceduto così, con la DC che governava il giorno per giorno, gestendo il potere nella sua concretezza, mentre alla sinistra di opposizione erano lasciati molti Enti locali, più alcune riforme, importantissime per carità, ma di scarso impatto sulla gestione ordinaria.
Ha funzionato perché non c’era una vera alternativa di governo alla DC e ai suoi sodali.
Con la seconda Repubblica le cose sono cambiate: si è dovuto accettare di metterci la faccia, e questo ha creato non pochi malumori.
E già perché, quando ti tocca la responsabilità di governare, devi farlo per tutti e non solo per quelli della tua parte, non puoi rappresentare solo una fetta della società, devi sforzarti di rappresentarla tutta.
E qui son dolori! Perché cominciano a dirti che stai perdendo contatti con le masse, che non interpreti più a pieno le loro necessità, che stai facendo compromessi (come se fosse possibile governare senza farne…), che stai tradendo la tua anima più genuina.

In realtà, al netto degli errori che tutti più o meno fanno, stai solo facendo quello che una forza di governo deve fare. Stai cercando di FARE, anche a rischio di sbagliare.
L’importante sarebbe non perdere l’orientamento, non perdersi, conservare i valori di fondo, e cercare di ottenere costantemente risultati che rappresentino un progresso: fare ogni giorno un po’ meglio del giorno prima. Un po’, ma sempre.
È una vitaccia, non c’è dubbio: è scomodo, è poco appagante, hai i duri e puri che ti giudicano, ti segnano a dito, ti ricordano i doveri del vero rivoluzionario, ti indicano “nuovi modelli di sviluppo”, nuovi paradigmi, che solo Dio sa cosa significano.
E tu intanto devi quadrare bilanci, curare decreti attuativi, beccarti gli strepiti di quelli che da qualche piazza vera o virtuale di talk show ti additano come affamatore e nemico del popolo.
Il riformismo è anche questo: il famoso “sangue e merda” di formichiana memoria.
Significa lottare tutti i giorni contro “corruzione, stupidità e interessi costituiti”, come ci ha ricordato Draghi, sintetizzando in modo mirabile i compiti del riformismo.
Come sempre l’uomo riesce a trovare le parole giuste, le più semplici, dirette ed efficaci per descrivere i problemi.
L’accenno alla “stupidità”, a mia memoria del tutto originale nel linguaggio della politica, deve farci riflettere sulla complessità del compito, sulla necessità di una pratica e non solo di una teoria che spesso, quando è pronta, si rivela già superata dai fatti.
E gli “interessi costituiti” sono anche quelli di chi preferisce pontificare sul futuro piuttosto che sfidarlo, perché dopotutto si può dolcemente crogiolare nel presente.

Allora, chi vuole tornare all’opposizione si accomodi pure, ma si prepari a spiegare alle “masse” che la rivoluzione parte da lì. Ma anche che normalmente lì si ferma.

Il Quaderno di ET