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La politica fatta col pilota automatico è finita nel 1989. Fino ad allora prendere posizione su qualunque cosa, grande o piccola, mondiale o locale, era stato relativamente facile. La divisione del mondo in blocchi portava con sé strategie, tattiche e obiettivi di facile elaborazione e semplice esecuzione. Tutto era prevedibile e perfino rassicurante, anche nel pieno delle crisi più acute, come a Suez, in Ungheria o Cecoslovacchia, per Cuba o in Viet Nam.

Poi quel mondo è finito e in molti hanno pensato che fosse successo di schianto. Ma non era così.

Quel crollo del “muro” si preparava da oltre venti anni nel pensiero e nell’azione di alcuni politici che a quel muro avevano dovuto adattarsi per cause di forza maggiore, ma che non lo avevano mai condiviso o che, comunque, già a metà degli anni ’60, lo consideravano un impedimento alla pace e allo sviluppo della democrazia, liberale o socialista che fosse.

Così il Togliatti di Yalta, il La Pira sul Viet Nam, il Brandt e il Casaroli della OstpolitiK, Il Berlinguer delle riflessioni sul Cile, dell’esaurimento della spinta propulsiva dell’ottobre, dell’ombrello Nato, il Rabin “traditore”, il Craxi di Sigonella, il Moro della terza fase. Solo per citare alcuni protagonisti delle “mosse del cavallo” che hanno contribuito, più o meno immediatamente percettibili, a cambiare la storia.

Fateci caso, tutte a partire da considerazioni politiche che rompevano l’ortodossia e che spiazzavano prima di tutti i loro sostenitori. Il destino tragico di alcuni di loro lo testimonia.

Cosa accomuna tutte quelle persone, oltre alla volontà di rimettere in discussione l’indiscutibile?

La consapevolezza che la politica ha un solo scopo, cambiare lo stato delle cose, la libertà di pensare oltre gli schemi, il coraggio di esprimerlo sfidando l’impopolarità, la solitudine politica, la sconfitta, in alcuni casi la morte.

Non militavano tutti dalla stessa parte e non volevano tutti esattamente le stesse cose, ma tutti avevano un denominatore comune, cercare una strada oggi pensando all’arrivo di domani.

La politica non è il placido Don, ma un fiume a carattere torrentizio, alti e bassi, piene e magre, mulinelli e rapide, non consente una navigazione da crociera. Noi siamo il Tevere, non la Senna, inutile mettere in acqua i baton mouche, dopo pochi kilometri devi scendere.

Sai dove va il fiume, ma per mantenere quella direzione devi lasciarti tutta la libertà di manovra, anche imbarcando o sbarcando i passeggeri più difficili o scomodi, se pensi che questo ti serva per fare un tratto di strada in più.

L’abbiamo visto col Conte 2 e con Draghi. Nel primo caso impedire il trionfo della destra sovranista, nel secondo evitare i danni certi dell’epidemia di populismo. Tutto innescato dalla poca forza numerica amplificata solo dalla logica ferrea della realtà e dal coraggio politico di esprimerla, rischiando i destini personali.

A Siena Italia Viva appoggerà la candidatura di Letta alle suppletive. Una decisione che ha creato sconcerto tra alcuni sostenitori del partito di Renzi.

Io considero Letta un uomo del tutto inadatto al mestiere che vorrebbe fare e inadeguato al compito, peraltro assai confuso, che gli è stato affidato da un partito ben definito negativamente da chi lo aveva preceduto e che è rimasto tale e quale, se non peggiorato.

Letta è uno che balla il minuetto mentre intorno pompano hard rock a 1000. Si aggira nelle stanze della politica come fosse in una balera in cerca della Titina – Conte. La trova, non la trova, a giorni alterni.

Il guaio del PD è questa subordinazione al M5S, questa rinuncia all’autonomia politica che mette la sua leadership nelle mani di un altro partito, che oltretutto ha un pessimo curriculum politico.

Ma il dramma del PD non riguarda solo quel partito, ma tutte le forze democratiche alternative al nazionalsovranismo e al populismo.

Ci sono situazioni nelle quali si può restare a guardare, altre, come a Siena, nelle quali il PD ha chiesto a Italia Viva un appoggio che non servirà solo a sconfiggere la destra, che in quella città costruì un poderoso castello di menzogne contro Renzi sui fatti del Monte dei Paschi, ma a marcare quella elezione con una partecipazione determinante dei riformisti contro ogni populismo.

Perché l’elezione di Siena non è solo l’elezione di un deputato, ma quella del segretario nazionale di un partito più che mai in mezzo al guado, che Italia Viva ha tutto l’interesse a spingere, per quanto le è possibile, a ritrovare la strada del riformismo. E questo non potrebbe avvenire sulla base di una rottura, anche in termini personali, che comunque non avrebbe nessuna ricaduta positiva per Italia Viva.

Si comprende la reazione contraria di alcuni renziani senesi, ma Italia Viva non è nata per abbandonarsi a questi automatismi. A Siena si deve tentare di incidere nel rapporto tra PD e M5S pensando al dopo, al rimescolamento di carte che avverrà dopo le elezioni autunnali, del quale ogni giorno ci sono avvisaglie nella crisi del M5S e persino ai rapporti di forze da realizzare per avere un nuovo Presidente della Repubblica sicuramente democratico, europeista e atlantista.

Quindi niente pilota automatico, la scelta di appoggiare Letta è giusta.

Ricordando che non c’è niente di risolutivo, che servono tanti passi, molti in salita.