Seleziona una pagina

Sono passati pochi giorni, eppure il Governo Draghi ha già dato prova di un cambio di passo su alcune tematiche importanti, a partire dal cambio di colori delle Regioni: non più alla domenica, come accadeva prima, ma al lunedì.

Potrà sembrare poca roba, ma non lo è: i ristoratori, che sono tra le categorie più colpite da questa crisi sanitaria, si ritrovavano infatti con gli stock alimentari, spesso derrate anche deperibili, già in casa e ordinate per il pranzo della domenica e così, da un giorno all’altro, ricevevano la notizia che quel pranzo non ci sarebbe stato; certo, c’è l’asporto, ma con l’asporto si sa che gli ordini sono ben inferiori a quelli di un pranzo seduti ad un tavolo. E così, oltre al danno delle continue chiusure e riaperture, del divieto di servire la cena, anche la beffa dell’avere scorte ci cibo da buttare, già pagate. Spreco, oltre che alimentare, economico.

E poi i vaccini: dall’atteggiamento piagnone di chi gridava solo allo scandalo delle aziende farmaceutiche che non consegnano e cercava i capri espiatori a Bruxelles, finalmente il Presidente del Consiglio ha fatto sentire la sua voce al Consiglio Europeo, chiedendo una linea dura per le aziende che non rispettano i termini contrattuali. Contratti che, per altro, il nostro Paese ha avuto la delega di seguire per l’Unione Europea, assieme alla Germania, alla Spagna e ad altri: se quei contratti sono sbagliati, va detto, e anche colpa del Governo italiano dell’epoca. Eppure, se il Presidente del Consiglio afferma che si può tenere una linea dura, significa che quei contratti prevedono chiare e puntuali clausole sulle consegne, che possono essere fatte valere a pena di sanzioni.

Ma siamo sicuri che tutta la questione del ritardo nelle vaccinazioni sia colpa dei contratti e non sia colpa di piani vaccinali insufficienti messi a punto dal nostro Paese? Perché gli altri Paesi europei, le cui provvigioni di vaccini dipendono dagli stessi contratti stipulati dall’UE, sono più avanti di noi?


Forse che le aziende farmaceutiche consegnano ad alcuni e ad altri no? Forse che la distribuzione europea privilegia alcuni Stati a nostro danno? Sembra un po’ incredibile, al limite del complotto, come teoria.


La verità è che i nostri piani vaccinali fanno acqua, non prevedono step e scadenze uniformi e lasciano libero spazio alle Regioni per decidere come e quando vaccinare gli italiani. Il risultato è che i vaccini, al di là dei ritardi delle consegne, restano nei magazzini inutilizzati.

Ci sono regioni virtuose con le somministrazioni, come l’Emilia-Romagna e la Campania (sì, la Campania, nel tanto vituperato Sud, che già da alcune settimane ha iniziato la vaccinazione di massa degli insegnanti – come chiedeva Italia Viva da tempo – e del personale scolastico); ma altre Regioni sono lente, non consumano le scorte di vaccino disponibili e tardano a immunizzare i cittadini a causa a volte di incompetenza e altre volte di gap organizzativi e strutturali che si portano avanti da decenni.


Il Governo ha iniziato a ragionare anche su questo e ha annunciato che verranno impiegate le migliori forze del nostro Paese, l’esercito e la protezione civile – guarda caso, ancora una volta, come chiedeva Italia Viva da tempo – per garantire il raggiungimento dell’immunità di gregge tanto agognata nel minor tempo possibile.

E un primo segnale arriva con il cambio al vertice del Dipartimento della Protezione Civile che torna sotto la guida di Curcio (nominato, ancora una volta, guarda caso, già in quel ruolo da Matteo Renzi nel 2015).


E poi la questione dell’affrontare le conseguenze economiche della pandemia e la partita unica dei fondi del Next Generation EU: un piano che prevede per il nostro Paese risorse per 209 miliardi di euro. Soldi che arriveranno se il piano che presenteremo a Bruxelles sarà solido e conterrà riforme e investimenti strutturali e infrastrutturali adeguati alla sfida della crescita.
Il Governo Conte voleva far gestire quei soldi ad una task force di centinaia di persone presso la Presidenza del Consiglio; si pretendeva l’approvazione notturna, con poche ore per lo studio delle carte, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Un abominio che Draghi ha immediatamente colmato, prevedendo un coinvolgimento vero e costante del Parlamento e l’assegnazione dei fondi ai Ministeri competenti per portare avanti i progetti.

Certo, Draghi in Parlamento ha detto che verranno lasciati gli stessi capitoli del piano approvato dal governo precedente, ma lasciare i capitoli è un eufemismo, usato per “tenere buoni” il PD e il Movimento 5 Stelle: la verità è che verranno lasciati i titoletti, ma verrà cambiato il contenuto, ovvero ciò che veramente conta.

Resterà la ripartizione dei fondi sostanzialmente come era prevista, ma questa non è una scelta politica né di Draghi né del Governo Conte: il Next Generation EU, infatti, non lascia ai Paesi la libertà completa di scegliere come spendere i soldi, ma prevede già in sé una chiara ripartizione minimale di tali fondi che ricalca l’agenda della Commissione europea sul tema delle politiche green e della digitalizzazione.

I Ministeri competenti, poi, devono anche avere Ministri competenti: Roberto Cingolani (amico di Leopolda, guarda caso di nuovo) è una delle eccellenze del nostro Paese; a lui, e al nuovo Ministero della Transizione ecologica nato giusto ieri, sarà affidata la gran parte dei fondi in arrivo dall’Europa.

Siamo passati da Ministri che candidamente affermavano di non saper nulla sugli argomenti che erano loro affidati, a Ministri che invece hanno chiaro in mente quali siano e come siano da affrontare i problemi che i loro Ministeri sono chiamati a risolvere. Insomma, chi ancora oggi dice che la “crisi aperta da Italia Viva è stata incomprensibile” forse non ha chiaro cosa sia successo e cosa sia cambiato; se ad affermarlo sono poi esponenti politici di spicco di altri partiti le cose sono due: o è tutta propaganda oppure davvero non capiscono.

E se non capiscono, dovrebbero cambiare mestiere.