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Esiste ancora a sinistra una forte idiosincrasia a misurarsi con i nuovi media, a capirne la carica destrutturante e disintermediante, ad utilizzarne le vere potenzialità e provare a rendere virale la verità contro coloro che ogni giorni rendono virali le bugie.

Quando si pone questo problema a sinistra ti rispondono (e questo anche qualcuno dentro Italia Viva) che noi non siamo come loro e con questa semplice frase buttano a mare tutta una letteratura che sul nesso tra “comunicazione e potere” ha scritto tantissimo, a partire dal grande sociologo catalano Manuel Castells che intitolava proprio “Comunicazione e Potere” un suo lucidissimo e ponderoso saggio, passando per il neurologo Drew Westen o per il linguista cognitivo George Lakoff e per tanti altri.

Ignorare gli strumenti per viralizzare prese di posizione politiche ed attacchi all’avversario politico significa destinarsi ad una sicura sconfitta ma significa ancor più l’impossibilità di mettere in campo strumenti per affermare una nuova egemonia politica e culturale.

La retorica della stretta di mano, del guardarsi negli occhi, dei volantinaggi ai mercati e nelle piazze (tutte cose da perseguire e certamente da non abbandonare per quello che valgono in termini di consenso) lascia nelle mani delle destre le armi per combattere una guerra che ha come suo obiettivo la conquista del “potere”, quel potere che è necessario conquistare per attuare i cambiamenti che ci si propone di fare (certo, sappiamo che c’è anche una certa sinistra che quel potere lo rifugge, che non vuole governare, che preferisce campare di rendita attraverso la ginnastica delle piazze e delle manifestazioni).

Porsi il problema di combattere la viralizzazione della comunicazione contemporanea ci fa tornare ai tempi del movimento luddista per il quale, ai primi dell’800, l’obiettivo era distruggere le nuove macchine (e per fortuna poi che un intellettuale di Treviri, emigrato in Inghilterra, scrisse invece una incredibile ode al capitalismo dando invece l’obiettivo ai progressisti di impadronirsi di quelle macchine per cambiare il mondo).

La sinistra oggi, alla fine del primo ventennio del XXI secolo, deve capire che la viralizzazione non può essere ormai più eliminata e deve impadronirsi degli strumenti che la producono al fine di viralizzare la verità.

Se la destra globale ha investito e continua ad investire tantissime risorse nel campo dei social per contrabbandare come vera la loro visione della vita diffondendo a manetta non solo fake news ma anche visioni reazionarie della vita, la sinistra non può scappare, lasciando alla destra libero il campo nel luogo in cui si forma l’egemonia politica e culturale (vi piaccia o non vi piaccia) ma deve mettere in campo risorse e strategie web per viralizzare, come appunto dicevo sopra, la verità.

E non si pensi di poter vincere questa battaglia rispolverando vecchie strumentazioni novecentesche e metodologie fatte solo di rapporti diretti, definiti come gli unici “veri”.

Ci sono due affermazioni fatte nel recente passato da due leader delle destre globali che mi hanno fatto accapponare la pelle e convinto definitivamente su quale è il nuovo terreno di scontro per la conquista del potere.

La prima la fece Trump, a pochi giorni dal voto che consacrò la sua vittoria, quando disse, consapevole di quanto la sua campagna social molto raffinata avesse inciso sui neuroni degli elettori USA, “anche se domani mi metto ad un incrocio stradale a sparare sulla folla la mia vittoria verrà ugualmente” la seconda è di Putin che ha affermato “chi arriverà primo a possedere l’intelligenza artificiale avrà il potere sul mondo”.

Ed a questa consapevolezza della destra mondiale (che viene da lontano fin dai tempi dei neocons repubblicani di Karl Rowe) come rispondiamo? Certo non con la retorica delle piazze e le solite chiacchere politiciste dove le parole non hanno piu’ alcun significato.

Io penso che una sinistra che voglia cambiare davvero il mondo o quantomeno migliorarlo in maniera notevole inverando i suoi valori fondanti, deve dotarsi di una strategia efficace per la conquista democratica del Potere attraverso la conquista del consenso dei cittadini nella consapevolezza che, citando Manuel Castells, “il Potere è la capacità relazionale che permette a un attore sociale di influenzare asimmetricamente le decisioni di altri attori sociali in modo tale da favorire la volontà, gli interessi e i valori dell’attore che esercita il potere.”.

Perché per Castells, oltre alla coercizione, l’altro meccanismo di formazione del potere è il “discorso, costruzione di significato condiviso, definizione di ciò che è valore, insieme di linguaggio, valori e cornici interpretative che inquadrano l’azione umana”.

Quelli che a sinistra non si riesce a capire, quindi, è che il Potere è basato appunto sul controllo del “discorso” e cioè delle tecniche attraverso cui si forma il discorso che sono per lo più tecniche di Comunicazione (lo avevano capito già gli antichi Greci che a questo scopo, non avendo il web e neanche la stampa ma solo la voce, scrissero grandi trattati di retorica ancora oggi utilizzabili).

La struttura e la dinamica della società hanno al centro perciò il potere della Comunicazione. E quindi la Comunicazione sta al centro, vi piaccia o non vi piaccia (se non vi piace non potete comunque farci nulla) della lotta politica.

Il ruolo della Comunicazione nella lotta politica e sociale non era un tempo così evidente, perché si esplicava in una società meno complessa e meno prismatica della attuale, una società in cui bastava fare un manifesto con scritto sopra “pane e lavoro” per trascinare milioni di persone.

Ma soprattutto, essendo il processo di Comunicazione, come ci spiega sempre Castells, “definito dalla tecnologia della comunicazione, dalle caratteristiche dei mittenti e dei destinatari dell’informazione, dai loro codici culturali di riferimento, e dalla portata dei processi di comunicazione” è evidente la profonda differenza con un passato che i nostalgici di sinistra continuamente rimpiangono, differenza dovuta soprattutto alla digitalizzazione delle informazioni frutto della profonda, sconvolgente, e ormai non più reversibile (sono addolorato nel dare questa notizia ai suddetti nostalgici) rivoluzione tecnologica avvenuta al volger del millennio.

Una profonda differenza rispetto al passato dovuta anche al fatto che oggi, dice sempre Castells, “le attività centrali della vita umana sono organizzate da reti: le reti dei Mercati finanziari; quelle della produzione e distribuzione di beni e servizi; della scienza, tecnologia, istruzione universitaria; dei mass media, reti della cultura, arte, spettacolo, sport; della religione; della economia criminale; delle istituzioni internazionali che gestiscono l’economia globale e le relazioni intergovernative; delle ONG e dei movimenti sociali” e naturalmente di Internet, la rete delle reti.”

Insomma il problema non “è solo politico” come chiude spesso la discussione una persona di sinistra (il probleam è politico, quante volte lo abbiamo detto) perché non c’è Politica senza saper comunicare (è sempre stato così ma oggi lo è ancor di più).

Inoltre oggi sappiamo che per conquistare il consenso delle persone non basta solo l’utilizzo del solo pensiero razionale. Non mi stancherò mai di sottolinearlo a sufficienza. Non è mai bastato nei secoli dei secoli e non basta oggi che viviamo all’epoca di quelle che alcuni chiamano verità post fattuali, verità che non hanno nessun aggancio con la realtà effettiva ma che, per la loro viralità, diventano verità a tutti gli effetti.

Non le ha create il pensiero razionale e non potrà sconfiggerle il pensiero razionale con i suoi dati realistici, gli elenchi delle realizzazioni fatte e di quelle da fare in caso di vittoria elettorale (tutte cose in cui la sinistra è bravissima).

Ci vuole un intreccio tra razionalità e, diciamo così, irrazionalità, tra ragione ed emozione.

E per essere in grado di provocare questo intreccio bisogna sapere che nel nostro cervello, frutto della nostra storia biologica o delle nostre esperienze culturali e sociali, si inscrivono una infinità di “connessioni metaforiche”, “reti neurali di associazioni”, frame (cornici, filtri) attraverso cui formiamo le nostre convinzioni che si strutturano in ampie “narrazioni” (ed ecco qui l’altra parolaccia aborrita ed irrisa da certa sinistra nostalgica).

Chi è capace di svolgere la “narrazione” che attiva maggiormente le emozioni, i sentimenti, le connessioni esistenti nel nostro cervello avrà un vantaggio enorme in qualsiasi competizione elettorale.

Perché i social non debbono essere usati per conquistare direttamente voti. Sono penosi quei Partiti o quei candidati che utilizzano la loro bacheca social per pubblicare i loro appelli al voto o peggio i loro faccioni.

I social sono efficaci politicamente se la “nostra narrazione” diventa virale.

Perché a mio avviso sono 2 gli obiettivi (intrecciati tra di loro) che deve perseguire la presenza politica sui social.

Il primo obiettivo ha bisogno di un lavoro lungo e faticoso che serve nel tempo a creare cornici, frame, narrazioni che si installino in maniera stabile nei nostri percorsi neuronali, accanto a quelle emozioni primordiali (tipo la paura o il sentimento empatico) che scaturiscono dalle prime esperienze ancestrale degli esseri umani (la paura) o dai successi ottenuti nei millenni dall’essere umano contro le avversità naturali (grazie al sentimento empatico e solidaristico).

Semplifico dicendo che la “sinistra” ha la convinzione che di per sé alla fine il “bene” vincerà sempre sul “male”, ma non è così o meglio sarà così solo se nel tempo avremo saputo rendere fondamentale nella nostra mente (che ormai sappiamo fatta da centinaia di miliardi di neuroni con le loro sinapsi, i loro assoni ed i loro dendriti) quei percorsi che mettono in evidenza il bene.

Il secondo obiettivo che si deve porre la presenza sui social è quello di attivare, usando le parole giuste e le giuste forme comunicative, quelle sinapsi neuronali che con il lungo e faticoso lavoro precedente avevamo lasciato nel cervello. E la fase in cui si raccoglie quanto seminato in precedenza.

Non serve sapere di avere ragione e considerare i nostri programmi i migliori di tutti; se non si smuovono le emozioni e non si interviene su un terreno arato in precedenza quei programmi rimangono buoni solo per noi.

Mi colpì molto tanti anni fa il racconto di Drew Westen nel suo libro cult “la mente politica” sull’uso diverso che negli USA si fa dei sondaggi. Principalmente vengono usati per testare quali sono le “parole giuste”, quelle che fanno più presa, con cui comunicare e rendere emozionante un programma politico, programma politico che resta naturalmente alla base di tutto ma che, se non si trovano le parole per far sì che gli elettori si emozionino, rischia di restare un bel libro che non arriverà mai alla fase del governo e quindi della sua attuazione (e ci sarebbe da proporre la istituzione di un museo dei mille e più mille programmi della sinistra italiana che sono rimasti inattuati e che nessuno ha mai letto).

A queste mie considerazioni qualcuno risponde che io voglio grillinizzare la comunicazione della sinistra. Non è vero, è il contrario. E mi aiuto con le considerazioni che molto tempo fa fece Alessio de Giorgi (attuale responsabile della comunicazione social di Italia Viva) quando su Democratica scrisse che “condivideva pienamente la critica alla grillinizzazione se questa significa usare una rete di troll e di utenti fake per sostenere i nostri contenuti e se significa creare una rete di utenti reali che sono degli automi, pronti a sostenere aprioristicamente i nostri contenuti sul web”.

Perché sosteneva De Giorgi “il nostro popolo è altro: a noi una operazione così riuscirebbe peraltro solo in minima parte”.

Il discorso però, scriveva De Giorgi, è molto ben diverso “se grillinizzare significa non limitarsi a fare sulla rete un lavoro di testimonianza come spesso abbiamo fatto in passato e come larga parte di noi fa oggi sui social (in un rapporto, lo ricordo, 1:12 tra i nostri parlamentari e quelli 5 Stelle), ignorando che è certamente importante cosa dici ma anche quante persone raggiungi, a quante parli e se grillinizzare significa accompagnare a contenuti propositivi anche quelli di attacco, sapendo anche che è il successo dei secondi a far crescere le visualizzazioni dei primi, per la legge della viralità che guida l’algoritmo di Facebook, allora il discorso è ben diverso”.

In sostanza bisogna comprendere che è tutta un’altra storia saper “usare nella misura in cui sono compatibili coi nostri sostenitori, le tecniche di marketing digitale che certamente non ha inventato la Casaleggio&Associati ma che nascono col primo “Buy now” di Jeff Bezos ben 23 anni fa”.

E che il discorso cambia, altro che “grillinizzare”, se si comprende che “la comunicazione sui social non si fa solo con buoni comunicatori e buoni creativi, ma che servono anche altre professionalità (grafici, videomaker, registi, analisti, ingegneri informatici e molto altro)”.

Quindi il tema non è l’espunzione del primato della politica dalla comunicazione sui social, ma l’avere la consapevolezza che, accanto alla forma che solo un bravo creativo può dare, è importantissima una tecnica per cui servono altre professionalità.

L’errore da evitare oggi deve essere quello che già la sinistra commise, perdendo la battaglia per l’egemonia, demonizzando la televisione commerciale e mettendo in primo piano la paura di “berlusconizzarci”.

E che la sinistra abbia sempre rifiutato, avendone paura, le innovazioni (soprattutto in campo comunicativo) ne sono prova tanti episodi del passato, come l’opposizione alla introduzione della TV a colori (sic!), come la battaglia contro la libertà di antenna non aderendo agli appelli di Scalfari (al tempo ancora lucidissimo pensatore), o come le campagne di Rinascita, nel post sessantotto, in cui si accusava la televisione (allora ad un solo canale!) di “ridurre a cretinismo collettivo la maggioranza degli italiani”.

Ed ha ragione, concludendo, Alessio de Giorgi quando scriveva che “Il futuro o ti fa paura e diventi regressista, o lo vivi come una sfida e lo affronti. Ecco, noi dobbiamo affrontarlo. Con le nostre modalità, con le nostre perplessità, con i nostri distinguo e con i nostri errori che inevitabilmente faremo. Ma evitando davvero un lavoro di pura testimonianza”.