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di Vincenzo Pino

Si fa fatica a comprendere come sia largamente mutato lo scenario politico rispetto a due mesi fa.

O Conte o morte, Mai con Renzi, Mai con la Lega, erano la rappresentazione simbolica di uno scenario appiattito sullo scontro tra populisti e sovranisti rispetto al quale non si vedeva alternativa.

Di fronte a questo panorama plumbleo rischiavano di scomparire le forze che in qualche modo volevano sottrarsi a questo dualismo plebiscitario.

Innanzitutto Italia Viva che aveva fatto non pochi rilievi alla raffazzonata proposta di recovery plan, elaborata in fretta e furia da Conte senza alcun confronto con le forze politiche, quelle sociali e quelle istituzionali.

Sembrava un fastidioso disturbo, quale quello di una mosca su un bel destriero, per riprendere la espressione togliattiana che diede il benservito ad Antonio Giolitti nel 1956 dopo i fatti d’Ungheria.

Ed invece inaspettatamente il partito del 5% al Senato, perchè questa è la consistenza di Italia Viva, ribaltò tutto.

Non pensavano quelli della minaccia facile e propagandistica che questo potesse accadere.

Avevano sventolato elezioni anticipate con le quali cercare di condizionare il Parlamento della Repubblica, promettendo rielezioni e posti di governo a gogò.

E dall’altro canto la dissoluzione di Italia Viva.

Ed invece oggi tutti i protagonisti di questa guerra sono andati a casa.

Da Conte a Zingaretti.

Nelle loro formazioni si sono aperte crepe profonde con la formazione del governo Draghi con la fuga di una quarantina di parlamentari tra i cinque stelle e quella del segretario Pd.

Crepe non facilmente ricomponibili tra i cinque stelle dilaniati tra la vocazione governista di Grillo e Di Maio ed il ritorno allo spirito originario propugnato da Casaleggio, Di Battista ed i fuoriusciti.

Nel Pd si è assistito al repentino cambio di rotta del nuovo segretario Enrico Letta che punta ora al recupero dell’alleanza con la componente riformista del centro sinistra (altro che mai più con Renzi) .

Un terreno del tutto nuovo cui fa da da contraltare una divisione a destra con la Lega che recupera interlocuzione e rapporto privilegiato con Forza Italia, lasciando ai margini i sovranisti della Meloni.

Ed anche la estrema sinistra subisce analoga rottura con la gran parte dei parlamentari che si collocano a sostegno del governo Draghi, lasciano ai margini Fratoianni e la base di SI.

Insomma uno sconvolgimento colossale nel giro di un mese.

Su un altro fronte si aprono invece spazi di interlocuzione e di confronto tra le forze di ispirazioni liberal.

La maratona riformista di oggi è un esempio di questa possibile ricomposizione.

Che già proietta il suo spettro verso le elezioni romane dove Calenda è sostenuto convintamente anche da Italia Viva.

Come si vede un quadro politico profondamente differente di quello di un mese fa in cui alla scomposizione rottura di quelli dell’alleanza strategica si contrappone l’iniziativa e la possibile ricomposizione delle forze liberal riformiste.

Che possono dettare modi e tempi delle possibili alleanze con le loro proposte. Che Renzi invita a rafforzare con la campagna

“Primavera delle idee”.

Su lavoro e non reddito, su investimenti in infrastrutture e non sulla decrescita felice, sul Mezzogiorno per citare i capitoli della relazione di Renzi all’Assemblea nazionale di Italia Viva.

E’ questo il capitolo nuovo che si è aperto.

Finendola con la mistica coatta delle alleanze sostituendola coi programmi e le convergenze che su questi si realizzano.