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Celebrato dallo stupendo poeta Dalla col suo inno alla natalità ed i cui funerali furono celebrati in quello stesso giorno dopo sessant’anni,, questa data sarà ricordata anche negli annali della politica.

Nel 2018, infatti, quella data determinò le dimissioni Renzi da segretario del Pd a seguito della sconfitta elettorale ed ora vedono a tre anni di distanza, le dimissioni di chi ne aveva preso il posto, cioè Nicola Zingaretti. A due anni esatti dalla sua proclamazione sempre il 4 Marzo stavolta del 2019.

Uomo dal profilo sfuggente soprannominato saponetta per la capacità di bypassare le difficoltà mettendole a mollo, stavolta è stato costretto a cedere.

Il suo mandato, iniziato con i risultati resi noti il 4 Marzo 2019, è stato espressamente rivolto alla cancellazione di Renzi dalla scena politica e di quel Pd riformista che lo aveva connotato.

I segnali ed i simboli sono stati inequivocabili, sin dalle primarie del 2019 quando aveva presentato il materiale congressuale per la sua mozione senza il simbolo di Partito.

Si richiaqmava ad una piazza grande in cui dovevano tornare gli scissionisti del 2018 che non a caso lo avevano appoggiato nelle elezioni regionali laziali del 2018, e che invece a livello nazionale avevano rifiutato un accordo di desistenza per conquistare qualche collegio in più.

E Zingaretti si è messo subito in movimento, dopo le elezioni europee, per realizzare il compito.

Che consisteva nel creare un nuovo partito aperto a sinistr comprensivo degli eredi dc.

Per far questo doveva eliminare Renzi e coprirsi al centro. Così dapprima si sbarazzò dell’unico segretario regionale espressamente renziano in Sicilia, ribaltando le risultanze congressuali della gestione Martina dei mesi precedenti.

Regandolo la conduzione del Pd a Franceschini pagando il prezzo dell’appoggio ricevuto alle primarie .

E poi interferendo sull’autonomia dei gruppi parlamentari, imponendo il fulibustering contro gli interventi di Renzi al Senato e pretendendo il blocco della raccolta di firme contro Salvini avviato dai comitati civici pro renziani.

Ci penseranno i banchetti del Pd aveva preteso, impegno mai realizzato, secondo il suo stile.

Insomma un attacco senza precedenti alla sua componente interna, accompagnata da un tentativo di scissione guidato dall’alto di cui Calenda doveva essere il protagonista.

Questo per garantirsi un piccolo spazio al centro modello Partito contadino polacco del dopoguerra.

Faceva specie vedereZingaretti accompagnare Calenza ai festival dell’Unità dopo che quest’ultimo aveva annunziato la scissione dal Pd.

Una scissione indolore visto che Carletto ha scisso solo sè stesso dal Pd, non riuscendo a conquistare nessuno, dicasi nessuno dei parlamentari Pd.

E fu così che dopo la formazione del nuovo governo nell’estate 2019, che Zingaretti non voleva tentato dalla prospettiva di nuove elezioni, Renzi fu costretto a farla lui la scissione evitando di essere logorato dentro il Pd mentre Calenda avrebbe piazzato bandierine fuori al centro.

Da allora Zingaretti è diventato peggio del feroce Saladino. Lanciando i suoi attachè in furiose e calunniose sfuriate del tipo “la Leopolda come il Papeete” di orlandiana memoria.

Ma dove raggiunse il massimo dell’ignominia è stato nell’aver solidarizzato con Formigli cui qualcuno aveva fotografato la casa dalla strada mentre i cameramen che entravano illegalmente nella casa di Renzi era diritto di cronaca.

Continuò con una battuta degna del Travaglino quando a fronte del piano shock presentato da Italia Viva si lanciò in un improvvido “ma allora Renzi ci ha i sordi” sempre per richiamare la vicenda Open.

Per finire con l’hastag “Avanti con Conte” corredato dal mantra “mai più con Renzi”.

Per finire con la ridicolaggine sulla Lega che si era convertita all’Europeismo grazie alla coerenza del Pd” mentre nei giorni precedenti Orlando declamava ad Otto e Mezzo “mai con la Lega”.

Insomma una vera e propria armata brancaleone dove vige la legge del più forte.

Dove la De Micheli è costretta a dimettersi da vicesegretaria del Pd se entra al governo mentre Orlando no.

Perchè Orlando rappresenterebbe il Partito secondo Cuperlo che lancia una staffilata a Franceschini finora capodelegazione di governo.

E Cuperlo non manca di trattare come un paria Andrea Marcucci che non potrebbe parlare perchè proveniente da una storia liberale mentre oggi il diritto a parlare è riservato a coloro che provengono dal vecchio Pci.

Per tutte queste ragioni non mi fa pena l’uomo Zingaretti. E’ rimasto stritolato dalle sue furbizie e dalla sua cattiveria.

Lasciando un Pd a pezzi. Altro che unità e umiltà al posto dell’arroganza renziana.

Tutto il contrario in quell partito all’insegna di “io speriamo che me la cavo”.

E Minniti, Padoan e Martina hanno provveduto immediatamente ribadendo che c’è vita fuori dal Pd e tanta per chi ha capacità e competenze che all’interno non vengono riconosciute dal sistema feudale che ormai lo domina.