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Lo ius soli poteva diventare legge nella stagione delle riforme, incluse quelle civili, comprese nella parentesi del governo di centro sinistra con Renzi segretario. Non si volle per pavidità della famigerata squadra di ministri che stava già con un piede e mezzo in un altro campo. È evidente che evocarlo adesso serve solo a piantare una bandierina demagogica tra l’inevitabile replica retorica del centro destra e la medesima avversione del populismo sedicente gentile dei 5stelle. Non sappiamo come si declini questa gentilezza, come si pronunci “vaffanculo” con la erre moscia perché manca la lettera erre, ma facciamo a fidarci. Portando un contributo di serietà, diciamolo che tra i temi che rischiano di restare sospesi e decisamente rinviabili per la eterogeneità del governo Draghi c’è sicuramente quello legato alle politiche di integrazione e di inclusione. È solo colpa delle destre? A giudizio di chi scrive no. A sinistra si sono affermati dei tic comunicativi, a destra altrettanti totem e feticci. Entrambi nella condizione attuale rischiano di diventare vuoti simulacri. Lo ius soli non è una pozione miracolosa che determina di per sé un modello virtuoso. Il concetto di cittadinanza ma soprattutto il modo in cui dispiega i suoi effetti è cosa più complessa di come viene rappresentata. Non lo è mai stato, miracoloso, neppure in epoche in cui la scarsità di idee e di iniziativa politica non riduceva tutto a slogan e bandierine. Le banlieue parigine possono testimoniarlo. Lo ius culturae sarebbe stato un dignitoso compromesso, l’unica strada percorribile ma solo se si commette l’errore di considerarla l’unica strada. Chi non ama la propaganda deve sapere che le tre proposte che giacciono in Parlamento, compresa quella della sinistra massimalista, non hanno nulla a che vedere con lo ius soli, si tratta di ius sanguinis con le maglie un po’ allargate. Questo fine legislatura mette insieme storie e sensibilità diverse, ma chi ci dice che la prossima non dovrà per forza di cose e di legge elettorale ripetere uno schema similare? Allora bisogna fare lo sforzo immane di orientarsi con paradigmi nuovi e inediti. Su questa come su altre questioni.


“Tradizione” non è una parolaccia da appaltare alla destra. Etimologicamente deriva da “tramandare” e l’Italia è il paese con il più grande patrimonio artistico e culturale. Dunque la tradizione, in sé, non è qualcosa di negativo. Provando a fare questo timido passo avanti dettato dal semplice buon senso e non dal tifo partitico diciamo pure che integrazione e inclusione, perfino la contaminazione, non sono cose che debbano per forza minarla. Questo il messaggio da recapitare alla destra una volta comprese le loro ragioni. Ci sono città molto più cosmopolite delle nostre che hanno saputo mantenere il loro spirito originario, ad esempio finanziando i commercianti, di qualunque nazionalità fossero, per indurli a mantenere e restaurare le strigliature d’epoca, mentre noi, di pari passo con gli scempi palazzinari nelle nostre città d’arte, non ci siamo mai preoccupati di curare l’anima degli insediamenti urbani, ma solo, con alterna fortuna, quella delle vestigia storiche e monumentali. Eppure perfino Roma ha bisogno dei suoi unici e bronzei riflessi di luce per offrire anima e forma alla propria bellezza.


Dovremmo ricordarci che non abbiamo bisogno delle lezioni giuridiche dell’alto commissario per i rifugiati per la banale ragione che il diritto di asilo lo abbiamo inventato noi. Nella depressione del colle Campidoglio, all’altezza della successiva piazza michelangiolesca sorgeva il luogo denominato Asylum, dove dare rifugio a chi fuggiva era un dovere sacro oltre che giuridico. In realtà, non esisteva differenza tra chi fuggiva dalla guerra o dalla fame, così come raramente viene sottolineato che nel secolo scorso le grandi migrazioni dall’Europa verso nuovi continenti non erano motivate solo dalle carestie ma anche dalla possibilità di scappare dalle guerre continue che nel vecchio continente cessarono solo dopo il secondo conflitto mondiale. Fuggivano per fame o per le guerre? Per entrambe le cose e la differenza, all’epoca, non doveva apparire sostanziale.


Torniamo a scontrarci con le ideologie: Cos’è un popolo? Chi è di destra inserirà più facilmente elementi come la religione, l’etnia, la storia e la cultura comune, la lingua. Chi è di sinistra, come riflesso pavloviano e in tributo allo ius soli vi dirà: “Quelli che nascono nella stessa nazione”.
Nel De Republica di Cicerone si afferma che “popolo” non è un’indistinta moltitudine, ma un insieme di persone che agiscono per il bene comune e che sono legate tra loro dal diritto. Non c’è traccia di riferimenti alla lingua e alla cultura, meno che mai alla religione in un contesto nel quale il Pantheon si arricchiva delle divinità degli altri popoli. Non c’è riferimento alla razza, parola che dalla lingua latina risulta di difficile traduzione, ma non ci sono neppure riferimenti geografici. Del resto in assenza di democrazia e dei connessi diritti che derivano dalla cittadinanza si può essere stranieri in patria come avviene nelle dittature. Un piccolo salto nel tempo assunto come pretesto per asserire che una società, per quanto fondata sullo ius sanguinis, può offrire una concezione di popolo mille volte più moderna e avanzata, mille volte più ardita di quella che riusciamo a immaginare oggi. Quel prodigio che portò Rutilio Namaziano a scrivere il più bell’epitaffio ad una città: “Desti un’unica patria a genti diverse tenendole insieme con la forza del tuo diritto. Facesti città ciò che prima era mondo”. Dal punto di vista epigrafico la prima testimonianza della parola “Italia” si rinviene in una moneta coniata durante le guerre sociali in cui i soci italici mossero guerra non per combattere Roma ma per essere riconosciuti quali cittadini romani: l’idea di Italia nasce in questo modo, dall’aspirazione alla cittadinanza.
Non può e non deve sfuggire che quella pur breve definizione di popolo tiene insieme due cardini distinti della cittadinanza: se da una parte ci sono quei diritti che indussero San Paolo a rivolgersi ai milites dicendogli “Civis romanus sum” per ricordargli che era protetto dallo scudo del diritto, dall’altro c’è la netta indicazione dei doveri. In quella riuscita opera di sincretismo ideologico che è la carta costituzionale italiana, questo aspetto è ben presente. Essa contiene insieme ai diritti inviolabili dei precisi doveri inderogabili. La necessità del consenso in politica ha fatto sì che negli anni successivi solo 5 o 6 volte si è legiferato sui doveri mentre il consenso in politica si cerca o si mantiene modificando – o, più spesso, promettendo di modificare – lo spettro dei diritti. È successo che accanto a nuove conquiste sociali e civili hanno trovato spazio privilegi, prebende e assistenzialismo clientelare con governi di ogni colore. È successo che l’avvento del populismo ha trasformato tutto ciò in tossine per le coscienze.
Quanto all’agire per il conseguimento del bene comune, quel dovere contenuto nell’attribuzione di popolo che abbiamo ripreso da Cicerone è divenuto per i contemporanei oggetto di scontro ideologico, e basterebbe questo per affermare quanto le ideologie, quando diventano nemiche della convivenza, possano risultare un ostacolo ai progressi sociali. Berlusconi definì “sovietico” l’articolo della Costituzione nel quale accanto all’affermazione della libertà di impresa la componente comunista dei padri costituenti volle aggiungere che il fine ultimo doveva comunque essere il beneficio per la collettività. La conseguenza ai nostri tempi fu lo scontro tra ideologia liberista e ideologia post-comunista. Sono erede culturale più che politico della convinzione che la propria grandezza si misuri esclusivamente con l’accresciuta misura della grandezza apportata alla propria comunità e non posso condividere la concezione berlusconiana, ma posso comprenderne le ragioni. Il disincanto attuale verso le ideologie mi fa ritenere che anche quella apposizione voluta dai comunisti sia solo demagogia se si ritiene che basti enunciare dei buoni propositi. E i comunisti sono specialisti in questo campo. Non solo la Costituzione dell’Unione Sovietica, ma perfino il libro verde di Gheddafi descrivono, senza realizzarlo, il paradiso in terra. Per non restare nella trincea degli steccati ideologici le democrazie evolute hanno intrapreso percorsi che possiamo definire liberal socialisti per non incorrere nella vaghezza della concezione di riformismo e dando per non più spendibile quella di progressismo per il discredito assunto da questo termine a causa di coloro che lo usano in modo oggi difficilmente comprensibile.
Capita che la stessa persona che si lamenta per la fuga dei nostri cervelli all’estero dopo che abbiamo sostenuto le spese per la loro formazione trovi inaccettabile che un ingegnere indiano, che ha studiato e si è formato a spese altrui, venga a contribuire alla nostra crescita economica andando a colmare quel vuoto in professionalità tecniche e scientifiche che lamentano le nostre imprese. Va spiegato alla destra che questa non è politica e neppure ideologia, è schizofrenia. Pur nelle reciproche diffidenze, il tema della ripresa economica, della sostenibilità previdenziale, interroga tutte le componenti politiche. Cominciamo il dialogo sulla base dell’adesione a quell’interesse comune da porre al centro dell’idea di cittadinanza e chiediamogli di disporsi al confronto, ma ricordiamoci pure che in quelle due righe del De Republica c’è il forte e solenne richiamo al diritto come vincolo supremo. Si poteva professare la religione della propria terra di origine – la sinagoga di Ostia antica è tutt’oggi la più grande del mondo –, si potevano mantenere molti degli usi e costumi, si poteva continuare a mangiare kosher se si era di religione ebraica, soltanto una cosa non era possibile portarsi dietro: le leggi dei paesi di origine. Per chi veniva a stare in terra romana esisteva una sola legge ed era quella di Roma. Proviamo a comprendere i rispettivi punti di vista se vogliamo realmente parlare di nuove regole per la cittadinanza nella situazione attuale, altrimenti avremo ascoltato un claim pubblicitario e sarà ora di tornare seri.