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Considero sempre con una certa tenerezza le esternazioni di Peter Gomez. Il suo cognome spagnoleggiante, da personaggio della Famiglia Addams, è per me una sorta di crasi del nome e del cognome dell’ineffabile portoghese Yanez de Gomera, l’inseparabile compagno di Sandokan, con la sua perenne sigaretta.

Malgrado gli sforzi, Gomez non arriva all’affilata perfidia di Travaglio né alla triviale logorrea di Scanzi. Con la sua fisionomia da rustego goldoniano, ha sempre un po’ l’aria del tontolone ismito e borbottante più che del Torquemada. Nel girone dantesco e demoniaco del Fatto Quotidiano non assurge al rango del Principe delle Tenebre o di un Flegiàs e di un Caronte: sta piuttosto nella schiera di Malacoda, come un Farfarello qualsiasi, o un Barbariccia (sapete, quello delle fanfare discutibili). 

L’ultima annotazione che da lui mi è giunta è uno sfottò a Matteo Renzi meno greve del solito, in cui gli imputava il “capolavoro politico” di avere portato alla guida del Movimento Cinquestelle e del Partito Democratico due persone che “lo odiano”, è a dire Giuseppe Conte ed Enrico Letta. Naturalmente questo sarcasmo avrebbe un senso se invece Nicola Zingaretti e Vito Crimi fossero due iscritti a un qualche Matteo Renzi fan club, il che non risulta. Ma è già una buona cosa da parte di Gomez aver capito che il leader di Italia Viva è tuttora il dominus dell’attuale fase politica, il polo attorno a cui o contro cui si ridisegnano gli equilibri. Più ancora, che le sue idee e i suoi orizzonti valoriali e programmatici sono egemoni (in senso gramsciano) nel riformato quadro politico italiano. 

Perché è vero che Conte è una persona che non ha idee in proprio e –come Zelig– si tramuta nel suo interlocutore del momento; ma è innegabile che le sue caratteristiche psicologiche e fisiche sono il contrario degli ossessi antisistema come Di Battista e il Di Maio preministeriale; e allo stesso modo Enrico Letta, per biografia e vocazioni non è certo il plausibile capo di una alleanza massimalista come quella della linea Occhetto-Bersani-Zingaretti, con lo sconfittismo come codice genetico (perché la differenza è che Renzi può perdere, ma gioca per vincere; loro giocano direttamente a perdere). 

Se nutrono rancore per essere stati disarcionati, lo nutrono a torto: perché Conte non è stato mandato a casa da Renzi, ma dalla codardia con cui ha subito i veti dei Cinquestelle e dalla stupidità del suo cerchio magico (Casalino-Travaglio-D’Alema, che credevano di costruire una maggioranza in Parlamento con i like sui social). Quanto a Letta, è stato sfiduciato dalla direzione del Pd per la banale ragione che era uno con le idee di Renzi, ma senza il coraggio di Renzi: il suo fu un Governo di memorabile indecisionismo, incapace di riforme e decisamente passivo rispetto alla congiuntura economica (il che non toglie  che vi sedesse qualche ministro di buon livello).

Entrambi, naturalmente, stanno assumendo incarichi e responsabilità che sono o dovrebbero essere incompatibili con l’odio o con altri risentimenti personali; ma mi rendo conto che questo sia al di là della comprensione di Gomez. Di sicuro c’è invece un chiaro progetto politico per fare di Matteo Renzi un “paria”, un intoccabile della politica. 

Vi concorrono anche talune scempiaggini e alcuni ridicoli veti “carlisti”: Calenda e Cottarelli hanno inventato un rifiuto ad personam che non deve essere sottovalutato. Anche qui, si può capire benissimo che allearsi con Italia Viva significhi aggregare fra l’altro alcune decine di parlamentari, la maggior parte dei quali aspira comprensibilmente alla rielezione. Forse il circoletto degli amici di Cottarelli e quello degli amici di Calenda (ma già Richetti è altra storia) hanno meno appeal elettorale di Luigi Marattin, Lucia Annibali e Gennaro Migliore, solo per dirne alcuni. 

Questo non impedirà a Renzi  di fare la sua parte, probabilmente decisiva, per l’elezione del prossimo Capo dello Stato, né dovrà distogliere Italia Viva da scelte di ragionevolezza e di inclusione per la partecipazione alle prossime elezioni amministrative. Ma deve indurre la nostra comunità politica a fronteggiare una sfida che, per quanto ci venga proposta in modo stupidamente arrogante, dobbiamo accettare.

Per difendere il nostro amato “paria di laboratorio” ci serve l’autosufficienza: al momento significa il 3% (e ci manca solo nei sondaggi scritti personalmente da Lilli Gruber), forse diventerà il 5%, ed è ampiamente alla nostra portata: purché non ci si limiti a guardare ammirati le strategie e i colpi di ingegno del nostro leader, ma si dia corpo e sostanza a un soggetto politico che deve riempirsi di sindaci, di amministratori comunali, di gente delle associazioni e del volontariato, dell’Italia che ci assomiglia, così bella e così poco consapevole della sua forza. È vitale tornare alla Leopolda. Non ditelo a Gomez, ma ce la faremo.