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Questa riflessione sarà forse un po’ lunga e noiosa ma, perdonatemi, sento il bisogno di mettere ordine e condividere un po’ di pensieri che mi frullano nella testa da un po’.

Ho sempre pensato, detto e scritto che una democrazia sana deve essere un sistema essenzialmente binario e deve basarsi su un centrodestra ed un centrosinistra “democratici”, che concorrono alla guida del Paese: destra e sinistra, maggioranza e minoranza, governo e opposizione.
Di conseguenza non dovrebbero esistere “partiti” di centro, mentre invece esistono eccome tanti “elettori” di centro, che i partiti, da sinistra o da destra, devono cercare di portare sulle proprie posizioni.
Dico “democratici” e intendo dire che entrambi i poli devono riconoscersi a pieno nei valori costituzionali, devono legittimarsi a vicenda, ovvero riconoscere all’altro il diritto di governare dopo aver vinto le elezioni, entrambi devono accettare le regole della corretta coesistenza, devono giocare sul piano della politica, delle proposte e non sul piano dello sputtanamento reciproco.
Devono quindi tendere alla gestione ed alla trasformazione della società, ognuno con i suoi specifici valori ed i suoi legittimi interessi, senza tentare di scardinarne i valori di fondo.
Inoltre entrambi i campi dovrebbero al loro interno gestire “democraticamente” la dialettica, riservando lo spazio adeguato alle minoranze, confrontandosi su programmi e progetti di riforma del Paese, ma riconoscendo nell’attività di Governo, e non nella pura testimonianza delle idee, la possibilità di trasformarlo, migliorandolo.

Insomma, uno spesso substrato comune dovrebbe rendere solide le basi della costruzione democratica.
Ovviamente chi si pone fuori di questa logica avrà comunque lo spazio che gli elettori gli daranno, ma difficilmente potrà (e vorrà) concorrere alla direzione del Paese, in quanto farà fatica a trovare le alleanze che gli permettano di raggiungere maggioranze stabili.

Detta così sembra il Paese di Bengodi, un Eldorado impossibile da realizzare, ma se uno non ha chiara la meta dove vuole arrivare, difficilmente potrà raggiungerla.
D’altronde la Costituzione, all’art. 49, dice: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Oggi in Italia (e non solo) la meta pare molto lontana. E in effetti lo è.

La frammentazione politica è sotto gli occhi di tutti, manca un’unanime condivisione delle basi politiche e, sia tra destra e sinistra che all’interno delle due parti in campo, non esiste la coesione necessaria per raggiungere quella meta.
A sinistra, lo scontro storico tra massimalisti e riformisti non pare avviato ad alcuna ricomposizione; a destra, ci sono sovranisti, nazionalisti antieuropei, nostalgici, in fiera lotta con quelli che ambirebbero ad un approccio più moderato e costruttivo. In aggiunta ci sono i cinquestelle, che non si sa (mai saputo!) da che parte stanno, hanno rappresentato uno scontento popolare infantile ma molto consistente, hanno eletto quasi un terzo dei parlamentari ed hanno governato con quasi tutti, loro che dicevano che non avrebbero fatto alleanze con nessuno.

Che si fa?
La Storia a volte ci viene incontro, seppure in forme non lineari. L’emergenza conseguente alla pandemia ha reso indispensabile un approccio pragmatico alla gestione dei problemi del Paese e, anche se c’è ancora chi piange su Conte e Casalino, ha permesso di avviare un Governo di unità nazionale sotto la guida del più prestigioso e stimato italiano vivente.
I frutti si stanno vedendo, anche se la navigazione è e sarà tutt’altro che priva di ostacoli e pericoli.

Niente di particolarmente nuovo sotto il sole: in presenza di simili problemi, la Germania da oltre quindici anni è governata da grandi coalizioni, che hanno riunito centrodestra e centrosinistra nel nome della governabilità del Paese. La cosa finora ha funzionato; vedremo dopo le lezioni di settembre come si evolverà la situazione.
Ovviamente questa soluzione lascia spazi politici sia alla destra nazionalista e sovranista (se non proprio fascista) che alla sinistra massimalista e populista ma, se il Paese funziona, si tratta di marginalità, anche rumorose, ma sostanzialmente ininfluenti.

Qui da noi la grande coalizione è già al governo e quasi tutti ormai ne traguardano l’orizzonte alle elezioni del 2023. A me pare urgente ragionare fin da adesso sul dopo.
Questa grande coalizione è forse troppo grande, costretta com’è a tenere dentro destra, sinistra e cinquestelle (in Parlamento sono ancora quelli del 2018, più o meno), con la sola esclusione di una piccola frangia della sinistra massimalista e della destra estrema di Fratelli d’Italia.
Ma l’emergenza preme e quindi, pur a strattoni, si va avanti; ma dopo?

Io credo che bisogna metterci un po’ di fantasia. Nel senso che bisogna riconoscere intanto che lo schema “classico” di cui parlavo all’inizio al momento qui non è applicabile. Troppe profonde differenze esistono all’interno del Parlamento, nei Partiti di oggi, troppe spinte centrifughe, troppa delegittimazione reciproca e troppe tentazioni egemoniche destinate al fallimento. Mi dispiace molto, ma è così.
Io credo che si debba partire da un punto chiaro e fermo: Mario Draghi, la cui competenza e credibilità internazionale sono talmente consistenti da non potervi rinunciare, almeno fino alla fine degli impegni che abbiamo preso con l’Europa (2026).

I due campi di destra e di sinistra sono troppo disastrati, troppo frammentati, troppo poco coesi al loro interno su obbiettivi comuni, per pensare a ricomposizioni sostanziali, omogenee ed affidabili prima del 2023.
Serve un nuovo soggetto politico. Detta fuori dai denti: serve una forte coalizione (non proprio un Partito), che sostenga convintamente ed in modo non estemporaneo la premiership di Mario Draghi nella prossima legislatura.
Come ci si arriva?
“Non senza difficoltà …” avrebbe detto Guglielmo da Baskerville al discepolo Adso da Melk.

Ma le condizioni a mio parere ci sono, a patto che i riformisti presenti in tutti i Partiti odierni siano disposti a rinunciare a qualche pezzetto di visibilità, in favore di un progetto comune che possa coprire quasi tutto il decennio in corso.
Significa che il PD dovrebbe aderirvi convintamente, anzi promuoverlo, senza paura di lasciare per strada i vecchi massimalisti della vecchia Ditta, ormai del tutto affini ai peggiori cinquestelle, che i Leghisti dovrebbero mettere in un angolo i sovranisti residui e gli antieuropeisti e lasciare spazio ai pragmatici amministratori, che Forza Italia dovrebbe abbandonare per sempre i sogni egemonici del vecchio Berlusconi, che i piccoli partiti riformisti, che già sono sulla lunghezza d’onda giusta, dovrebbero accettare di unirsi, senza personalismi e senza spararsi a vicenda, che i cinquestelle dovrebbero decidere (chi avesse ancora la sensibilità per farlo…) che quella strada è l’unica che permette ad alcuni di loro di sopravvivere, lasciando perdere seguaci del vaffa, terzomondisti, estremisti antisistema, statalisti ed amenità varie.

Attenzione, questo coacervo di forze positive è tutt’ora l’anima del governo Draghi e dovrebbe quindi continuare ad esserlo, almeno finché non si ristabiliscano le condizioni per una normale dialettica democratica, cosa che potrebbe richiedere non pochi anni …

Alle elezioni del 2023 dovrebbe quindi presentarsi una coalizione “di scopo”, che abbia come intento principale quello di portare a termine riforme e progetti europei ed avviare una revisione istituzionale e costituzionale che permetta il pieno recupero delle caratteristiche salutari di ogni democrazia moderna: un centrosinistra democratico, un centrodestra democratico, entrambi europeisti e riformisti, con alle estremità altre realtà politiche marginali, sovraniste, nazionaliste, massimaliste, populiste, irriducibili ad un equilibrato gioco democratico.

Vi pare un sogno impossibile? Vi pare che non sia cosa di questa terra?
Io invece credo che non ci sia altra strada, se vogliamo una buona volta mettere ordine nella nostra Repubblica. Bisogna guardare in faccia la realtà, essere pragmatici e coraggiosi, serve metodo e pazienza.

Certo che contro remeranno i conservatori di ogni genere, quelli che debbono difendere a tutti i costi privilegi, convenienze, uno “statu quo” che garantisce il mantenimento di posizioni di potere, burocrati e grandi caste (tra cui la magistratura …), ma dall’altra parte ci si offre un’irripetibile opportunità di recuperare in tempi non biblici tutti quei gap istituzionali, sociali, civili, ed anche finanziari (non dimentichiamo mai il debito pubblico abnorme che ci portiamo sulle spalle …), che hanno azzoppato per decenni le nostre capacità di sviluppo, pregiudicando la competitività di tutta la Nazione.

Roberto Mancini con  la Nazionale di calcio ha dimostrato che con serietà, con metodo, con convinzione, e anche senza gli assoluti fuoriclasse di altre nazionali, si può arrivare al vertice.
Noi in più abbiamo Mario Draghi, altro che Mbappé, Kane o Cristiano Ronaldo …!