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Non ho particolare “simpatia” per i referendum – né propositivi, né abrogativi – perché ritengo che, in linea generale, i cittadini votino “Sì” oppure “No” in modo quasi sempre poco ragionato e molto spesso sull’onda emotiva che pubblicizza il tema referendario. Ne è stata prova il referendum ultimo sulla riduzione del numero dei parlamentari, sul quale tantissimo ho scritto, e sul quale non è il caso di tornare.

Su “Il Riformista” di giorno 8 maggio, tuttavia, il direttore Sansonetti ha sollevato un problema serio, molto serio, che – con ogni probabilità – potrà trovare soluzione soltanto nella consultazione referendaria: la cosiddetta riforma della magistratura.

Il tema è molto delicato, ma è anche molto importante considerata la deriva assunta da certe correnti togate e, soprattutto, considerati gli scandali che si sono succeduti, da Palamara ad Amara, passando per Davigo, negli ultimi mesi. E lo è ancora di più considerato l’invito “istituzionale” rivolto dal Presidente della Repubblica Mattarella affinché i magistrati avviino un’«autoriforma».

Al momento i Radicali e (strano, ma vero) la Lega stanno raccogliendo le firme per l’avvio di una consultazione referendaria relativa proprio al tema della riforma della giustizia. I quesiti referendari sono otto, ma di questi tre in particolare meritano particolare attenzione: la responsabilità civile dei Magistrati, la separazione delle carriere e – forse il più importante – la valutazione professionale per gli avanzamenti di carriera.

Perché sono importanti questi tre aspetti della riforma della giustizia? Iniziamo dalla responsabilità civile dei magistrati.

Marco Pannella.
È stato, coi Radicali, promotore del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati.
Il referendum è stato vinto, ma nulla è cambiato

Negli anni ottanta, esattamente nel 1987, è stato celebrato (e vinto) un referendum promosso da Marco Pannella e dai Radicali che sancì il principio della responsabilità civile dei magistrati: un magistrato che emette una sentenza (che spesso condiziona la vita dei cittadini) in modo superficiale, disattento o errato dovrebbe potere essere citato in giudizio per un eventuale revisione del processo e per un eventuale risarcimento, qualora fosse accertato che tale sentenza sia stata emessa in modo, appunto, errato.
Di fatto, però, la politica di quegli anni (in una qualche misura asservita alla magistratura “d’assalto”: erano i tempi di Mani Pulite e i magistrati erano celebrati come eroi repubblicani) ha trovato il modo di aggirare il verdetto popolare e – di fatto – ha reso nuovamente non processabili i magistrati che sbagliano.

Non si deve, in questo contesto, confondere l’indipendenza del potere giudiziario con la deriva corporativa che la Magistratura ha subìto: l’indipendenza della Magistratura serve a garantire l’equità dei giudizi e delle sentenze; essere casta, al contrario, conferisce loro la conformazione ideale di una corporazione inviolabile e intoccabile. Ragionando per assurdo potrebbe essere adeguato allo scopo un Tribunale (o una sezione dedicata della Magistratura) cui il cittadino che ritiene di essere stato oggetto di un errore giudiziario, dovuto a negligenza o a superficialità, potrebbe rivolgersi.

Sono più che certo che la grandissima maggioranza dei togati svolga il proprio ruolo davvero al servizio della comunità e con scrupolo, assecondando il bene dei cittadini; il problema – come correttamente ha osservato Sansonetti – è che quella parte “opaca” dei magistrati, poiché occupa posizioni apicali, sarebbe comunque in grado di “orientare” l’attività giudiziaria. Perché?
La risposta trova verosimilmente spazio negli altri importanti quesiti referendari per i quali è in corso la raccolta delle firme: la separazione delle carriere e la valutazione professionale.

Separare le carriere dei magistrati presupporrebbe lo sbarramento della carriera dalla magistratura inquirente verso quella giudicante. Questo aspetto è (sarebbe) importante perché lo stesso magistrato (o pool di magistrati) che ha svolto le indagini non dovrebbe potersi trovare a dover giudicare gli stessi indiziati sui quali ha indagato e che ha, pertanto, ritenuto colpevoli. In altre parole separare le carriere dei magistrati significa maggiore garanzia di giustizia e di equità per i cittadini che, peraltro, al momento ripongono, a giudicare da diversi sondaggi condotti, statisticamente poca fiducia nella giustizia.

Poi ci sarebbe l’altro aspetto, non meno importante, della valutazione delle carriere per l’assegnazione di posti di responsabilità.

La direzione di una Procura dovrebbe avvenire in funzione della valutazione dei titoli dei candidati e dovrebbero essere esclusi da tali ruoli quei magistrati che abbiano accumulato quantità ingenti di indagini rivelatesi inutili (e costose per i cittadini) o che abbiano collezionato un elevato numero di sentenze riformate in Appello. In altre parole, se un PM svolge indagini inutili o un Giudice emette sentenze che in gran parte subiscono rivalutazioni nei Giudizi di secondo grado, dovrebbero essere esclusi da posti di responsabilità. Un chirurgo che sistematicamente, anche se involontariamente, provoca il decesso di una elevata percentuale dei pazienti che opera, difficilmente lo si riterrebbe idoneo alla direzione di un reparto di Chirurgia; a meno che non ci si voglia comportare come il personaggio di Antonio Albanese, “Cetto Laqualunque”, che ha candidato al posto di primario di neurochirurgia la figlia abilissima nello sferruzzare a maglia!

La carriera in Magistratura, da quanto si è potuto apprendere dalla narrazione di Palamara e da quanto si può sospettare dalle dichiarazioni dell’avvocato Amara, sembra – invece – non tenere conto delle capacità professionali, dei curricula, delle abilità e della cultura del Magistrato da promuovere e sembra assecondare, piuttosto, l’appartenenza del Magistrato a una delle tante correnti interne.

A fronte di un quadro di tale portata, molto difficilmente la Magistratura saprà, in autonomia, trovare la via corretta per una (auto)riforma che in qualche misura potrebbe penalizzare quelle parti meno attente al bene collettivo. Ecco perché lo strumento referendario, bene articolato e ben spiegato agli elettori, potrebbe essere l’elemento di svolta. Ed ecco perché i partiti politici che si posizionano nell’area riformista dovrebbero incoraggiare tali consultazioni referendarie, non foss’altro per uscire dal clima di giustizialismo sommario nel quale l’Italia sta precipitando.

Sapranno farlo? Vedremo!

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