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Volano stracci.
Stracci moderni e d’antan, pezzi di trine vecchie un secolo e più. Ma volano, ed è giusto che volino. Si spera solo non invano…
Stracci accumulati, impolverati, unti, sporchi, dai colori stinti, oppure ancora vivaci. Ce n’è per tutti.
La temperie politica surriscalda gli animi, riattizza dolori e ferite latenti, che riprendono a sanguinare come fossero di ieri.
Insomma, che tutto questo volare di stracci rappresenti la volta buona per chiarire pendenze mai chiarite per decenni?

Dovrei ora dire di cosa sto farneticando, prima che qualcuno dei miei famosi 25 lettori si stufi e passi a qualcosa di più ameno.

Ecco qui: capita che la caduta del governo Conte bis, la sciagurata e ridicolmente inutile caccia al responsabile per salvarlo in extremis, la chiamata sul podio a gran voce del Maestro Draghi e le sue prime mosse, tutt’altro che soft (chiedere ad Arcuri, ma anche ad Erdogan …) hanno avuto l’effetto di un terremoto sul già traballante sistema politico italiano. Tutti gli attori sono stati costretti a riposizionarsi sul palco e, nel farlo, hanno smosso equilibri precari, suscitato reazioni inconsulte, rovesciato cassetti con vecchi costumi e, appunto, stracci.
È successo a destra (e qui non ne parliamo) ma soprattutto a sinistra, e invece ne parliamo eccome.

Zingaretti si inalbera con il Partito di cui è il Segretario, prende cappello e se ne va sbattendo violentemente la porta; gli altri devono correre ai ripari; il tempo è poco e allora i più esperti, guidati dall’incrollabile Dario Franceschini, si rivolgono alla panchina, ma tutti guardano da un’altra parte, qualcuno fischietta disinvolto. Alzano allora gli occhi alla tribuna e scorgono in lontananza uno che un po’ di tempo prima era stato scartato in malo modo (avevano poi buttato la colpa solo su Renzi che, si sa, ha colpa un po’ per tutto e incassa senza difficoltà) e si dicono che dopotutto può tornare buono. Gli fanno un fischio, lui si alza (ha già le scarpette ai piedi …) e scende in campo. Insomma, non è Berlusconi, che quando scese fece molto rumore, ma comunque …
Con piglio decisionista comincia ad impartire direttive, alcune effettivamente operative, come il cambio dei Presidenti maschi dei gruppi parlamentari, altre più simboliche ed evocative (ma innocue al momento), come il voto ai sedicenni e lo ius soli. Tanto per piazzare dei paletti …
Prova a mettere il cappello sul governo Draghi, fin lì subìto come una sconfitta dai tanti nostalgici di Conte, rispolvera il sistema maggioritario, che rimanda alla vocazione maggioritaria veltroniana, rimette l’avvocato del popolo al suo posto come “eventuale” capo dei cinquestelle (se troverà il modo di farsi votare) e non come “punto di riferimento dei progressisti europei”, insomma prova ad accreditarsi come leader di un partito più coeso, più determinato, più protagonista. Ottiene applausi da ogni settore.
Dice che delle correnti non gliene frega nulla, ma intanto spartisce i suoi Vice (uno di qua, una di là) e nomina una Segreteria con il bilancino.
Deve affrontare il nodo delle candidature a Sindaco nelle grandi città, e lì comincia a trovare ostacoli mica da poco. A parte Milano, dove Sala è intoccabile anche sa ha lasciato il PD, a Torino, Bologna, Roma e Napoli non si intravede nemmeno uno spiraglio di luce e le primarie, invocate come toccasana, finisce per accettargliele solo Renzi, che non passa proprio per essere un suo alleato. Insomma, buio pesto.

Ripete che delle correnti non gliene frega nulla, ma ecco che il prode Goffredo Bettini, solido retaggio del PCI degli anni Ottanta, sempre rimasto coperto ad ispirare tattiche e strategie col suo sodale D’Alema, salta fuori dall’ombra e ne organizza una tutta nuova, che definisce di “sinistra”, nonché “socialista e cattolica”.
Col che, tutti gli altri diventano come minimo di destra, se non pure miscredenti.
Il governo Conte è caduto per un intrigo internazionale, e l’avvocato quindi resta il “punto di riferimento …”.

Fatto sta che la cosa fa un certo rumore: si organizzano presentazioni e convegni, si rilasciano interviste in apparenza mielose, ma in sostanza palesemente avverse alla conduzione del Partito.
Il Segretario schiva il sasso, abbozza e tira dritto (o almeno cerca …).

Ma ecco che il prode Bettini, in un sussulto di ecumenismo (corrente “cattolica”…) va a sfrucugliare addirittura i pochi reduci del glorioso socialismo italiano, invitandoli ad aderire alla sua iniziativa (corrente “socialista”…).
E qui pesta il classico “merdone” (con licenza …) perché il mai domo Claudio Martelli, in letargo da decenni ma sempre vigile, lucido e pugnace, gli rimanda una volée di dritto che pare un missile terra-terra.
E il bersaglio Bettini è difficile da mancare …

Non vedeva l’ora di togliersi alcuni macigni dalle scarpe, l’ex Guardasigilli, ex delfino di Craxi, ex enfant prodige della sinistra italiana, e allora picchia duro sui “nostalgici reggi moccolo di Giuseppe Conte”, partendo dalla scissione del 1921 a Livorno, passa da Matteotti, Turati, dai partigiani sviliti di Giustizia e Libertà, lo sdegno di Pertini, poi il centrosinistra di Nenni e Saragat, l’opposizione allo Statuto dei Lavoratori, il governo Craxi “pericoloso per la democrazia”, infine Mani Pulite, …, insomma oltre un secolo di rabbia repressa, che riesplode con tutta la sua dirompente potenza.

Il fatto è che non si può più negare l’evidenza di quanto squaderna Martelli. Ormai è difficile litigare con la Storia del Novecento, certe cose possono essere sopite, pudicamente coperte, ma non cancellate, e la improvvida uscita del prode Bettini solleva il velo spesso dell’ipocrisia.
Quindi volano stracci.

E volano in un momento davvero delicato, perché la scena è traballante assai, ed è difficile goderne, come invece si gode la
“Scena delle ingiurie” nel finale de “La Gatta Cenerentola” di De Simone (per chi non la ricordasse, o addirittura non la conoscesse, consiglio una facile ricerca su YouTube: non se ne pentirà!).
Qui invece dovremmo serrare le fila, dovremmo cercare di tenere i riformisti ben coesi, preparare le amministrative di ottobre e poi l’elezione del Presidente, e poi le elezioni del 2023. È in gioco il futuro dei prossimi dieci o vent’anni e sarebbe davvero ora di cercare ciò che unisce e non ciò che divide.
Il problema è che i conti col passato nessuno li ha fatti e soprattutto nessuno li vuole fare, così poco unisce e molto divide: e allora procediamo spediti verso un muro di solido cemento, confidando che gli avversari siano più sciagurati e facciano più casino di noi. Pia illusione …!

Mentre il saggio Asso di Bastoni, arbitro severo ed imparziale, comanda: “Musica!… ca s’abbìa la tarantella!”.

Il Quaderno di ET