Seleziona una pagina
Quando si dice lo “spin”…!
Gira, gira, gira, e non si ferma mai, malgrado tutto, malgrado l’evidenza, malgrado la forza della cose, dei fatti.

Uno potrebbe pensare che, dopo tutto quello che abbiamo visto con i cinquestelle negli ultimi anni, e che stiamo ancora vedendo, forse l’antipolitica becera, greve, volgare, qualunquista, potesse conoscere una battuta d’arresto, potesse provocare un minimo di resipiscenza, un’idea che forse non tutto si può sintetizzare in un insulto generico alla classe politica, che le cose sono un po’ più complicate di un generico “vaffanculo” o “fate schifo tutti”.

Dopotutto, quelli nuovi si sono dimostrati (dovrebbe essere stra-palese anche ai più faziosi) di gran lunga peggiori di quelli vecchi; non solo meno preparati e competenti, ma più attaccati al potere, più disposti ad ogni bassezza per mantenerlo, più protervi nel difendere i privilegi raggiunti, senza alcun merito.
E invece no!
Lo “spin” gira inarrestabile ed il luogo comune è sempre più comune.

Ed ecco che una ricca e famosa, quanto sofisticata (almeno così si vuol mostrare), influencer decide di passare all’attacco in modo violento, sfruttando i suoi milioni di followers, brandendoli come una clava dentro un dibattito politico culturale di portata non irrilevante, comunque la si voglia pensare.
Con un italiano approssimativo e zoppicante (“che schifo che fate politici”, così, senza una virgola, in spregio alla sintassi – ma sui social ci si esprime così, e la povertà della lingua testimonia la povertà del pensiero), entra a piedi giunti in un dibattito, che è appunto un dibattito, con opinioni contrapposte ma legittime, una cosa che in democrazia non dovrebbe scandalizzare nessuno, visto che grazie al cielo ancora non vige il pensiero unico.
Si sceglie un nemico, sul quale concentrare l’invettiva, si piazza una foto, scelta apposta per risultare inguardabile e repellente, si spara una  gragnuola di banalità e luoghi comuni, ed ecco che 24 (ventiquattro) milioni di followers, la popolazione dell’Australia, per dire …, sono investiti da questa roboante ed indiscutibile “verità” mediatica.
“Che schifo che fate politici”.

Un’analisi profonda, argomentata, articolata, come si vede, su un tema che, comunque la si pensi, certamente non è né banale né schematico, e sul quale buona parte del mondo civile si interroga.

Appropriato come una scorreggia in una cena all’ambasciata, cosa avrà innescato lo scatto di nervi della famosa influencer?
Odio, smania di protagonismo, voglia di far parlare di sé, irrefrenabile istinto a mettere i piedi nel piatto? Chissà … il business …

Ma non basta, perché dopo una pacata, educata ed argomentata risposta (in italiano corretto) del politico “casualmente” preso di mira (e che quindi fa schifo come gli altri, anzi più degli altri), entra in scena il “paladino difensore” della femmina famosa. Il maschio alfa super tatuato che si erge a difesa dell’assoluta libertà della SUA donna di insultare chicchessia. E lo fa con la leggerezza, l’eleganza, la signorilità, proprie del cavaliere forte e potente, che difende la sua eterea e bionda dama.

“Stai sereno Matteo, oggi c’è la partita. C’è tempo per spiegare quanto sei bravo a fare la pipì sulla testa degli italiani dicendogli che è pioggia”.

Anche questa profonda riflessione inviata a non so quanti milioni di followers, certamente incantati, rapiti, da tanta raffinata capacità dialettica. Quando si dice: “Un signore …”.

Sono del tutto conscio che quello che sto scrivendo può passare per una battaglia di retroguardia, per una nostalgica presa di posizione in favore di un dibattito politico che non esiste più, ma non posso evitare di constatare che la partecipazione (“libertà è partecipazione” – Gaber/Luporini), senza un minimo di regole e di bon ton, sì di bon ton, si trasforma in un selvaggio tutti contro tutti, incompatibile con la civile coesistenza.
Utilizzare il proprio potere di influenza (sono influencer …) su milioni di persone (la popolazione dell’Australia …) senza avere alcuna responsabilità diretta, anzi sfruttandolo, pure legittimamente, per fare soldi, in contrapposizione al potere politico, che bene o male passa per libere elezioni, per un rapporto diretto con il popolo elettore, mi pare una cosa vagamente spaventosa e probabilmente eversiva.

Torno all’inizio: non ci è bastata l’avventura sciagurata del popolo del Vaffa? Di una classe politica che ha usato quei poteri da influencer (Casaleggio padre e Grillo) per arrivare al potere, installarcisi saldamente e spregiudicatamente, senza riuscire a fare null’altro che danni, danni ingenti e difficili da riparare? Classe politica che adesso si dibatte in un’agonia infinita, trascinandosi dietro le sorti della democrazia italiana?

Perché è vero che Draghi c’è e governa, ma a febbraio c’è da eleggere il successore di Mattarella (che non sarà Draghi) con un collegio elettorale di un migliaio di persone, oltre la metà delle quali risultano oggettivamente fuori di ogni logica politica, sacrificabili alla sciagurata decisione (altro danno duro da riparare) di ridurre senza criterio alcuno il numero dei parlamentari.

E se altri influencer, ancora più potenti e attrezzati dei vecchi, decidono di spendersi direttamente sulla scena politica, a quando un nuovo movimento targato Ferragnez? Come lo contrasteremo?

Anche se le leggi durano di più di una storia su Instagram, che succede se si muove tutta la popolazione dell’Australia?