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di Vincenzo Pino

Giunge a maturazione il nodo irrisolto dell’identità programmatica e politica del Pd con la caduta del governo Conte e le conseguenti dimissioni del segretario Pd Nicola Zingaretti.

Aver voluto rimuovere almeno dal 2018 questo aspetto dall’orizzonte politico del Pd lo ha condotto alla catastrofe odierna.

Con la sconfitta elettorale del 2018 si è voluto chiudere una fase del partito democratico non con una riflessione sui motivi della stessa, ma con la rimozione immediata dell’allora segretario Matteo Renzi, indicandolo come il capro espiatorio della debacle elettorale.

E fu Franceschini e non la sinistra interna a pretenderle a tamburo battente.

Una decisione che non teneva conto del fatto che lo stesso Renzi, appena un anno prima, e dopo la sconfitta referendaria era stato votato alle primarie dal 70% degli elettori del Pd.

Si è prodotto così una rottura ed una torsione che ha inciso sul corpo vivo del partito stesso senza alcuna spiegazione ma con la voglia di fare in fretta per liquidare una esperienza che presumibilmente aveva ancora un consenso maggioritario nel popolo democratico.

Non si volle avviare nessuna discussione, allora, e nessuna analisi del voto.

Nessun approfondimento sulle ragioni che avevano determinato quella sconfitta. Il tutto per accollarla a Renzi, al suo protagonismo, alla sua pretesa maggioritaria, al suo isolamento politico.

Mentre sappiamo benissimo che l’isolamento è stato determinato da una scissione a sinistra volta a colpire il Pd e non tanto a far crescere una forza alternativa di sinistra del Pd stesso.

Così si spiega il mancato accordo di desistenza che avrebbe consentito di conquistare qualche parlamentare in più al centro sinistra.

Così si spiega il mancato appoggio a Gori in Lombardia al contrario di Zingaretti in Lazio che ricordiamolo per amor di verità nonostante l’appoggio di LeU perse un punto in più della coalizione renziana a livello nazionale (il 7,8 a fronte del 6,8)..

Se poi vinse Zingaretti per il rotto della cuffia ciò è stato dovuto alla rottura di Pirozzi nel centro destra.

E così ci si è inventata una narrazione opposta alla realtà.

Chi aveva perso più di tutti è diventato il vincitore per la propaganda della ditta col sostegno dei media.

Come pure la sua ipotesi politica sconfitta alle urne laziali è diventato il modello vincente.

Su queste basi d’argilla è stata fondata la rinascita del Pd.

Con un accordo di potere tra le principali correnti, volte a cancellare la esperienza renziana.

Ne è venuto su Pd fragile incapace di far politica se è vero che in tre occasioni successive é stato Renzi a determinare la formazione dei governi.

Ed ora che si è passati al governo Draghi tutto il castello costruito sul rapporto privilegiato coi cinque stelle è caduto giù.

E’ stata sconfitta la politica zingarettiana nel Pd ma non solo quella.

E’ stata sconfitta anche la politica di Base riformista che sicuramente dalla riedizione del governo Conte ter sperava in un rafforzamento della propria presenza al governo.

Che si è invece indebolita nel dicastero Draghi. E solo ora cominciano a protestare questi settori del Pd, perchè avesse vinto Zingaretti sarebbe stato grasso che colava anche per loro.

Ed ora Zingaretti li sfida, forte dell’unanimità che lui ha ricevuto nella condizione della crisi del governo.

E saranno cavoli amari per tutti. Per chi non ne ha indovinata una. Ma anche per quelli che per pavidità ed opportunismo non hanno mai fatto sentire la loro voce fino a qualche giorno fa.

Ed ora fare di Zingaretti il solo capro espiatorio della crisi del Pd.

Come lo è stato per Renzi.