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Ci sono tre atteggiamenti nei confronti dell’algoritmo, escludendo quello di chi non sa cosa sia e non è interessato a saperlo.

Il primo è quello dei “dataisti”, fanatici entusiasticamente sostenitori di un mondo guidato esclusivamente dai “dati”.

Il secondo, all’opposto, è quello degli ossessionati dall’avvento della dittatura dell’algoritmo, che vedono la libertà di scelta minacciata da una entità tecnologica onnipotente, che condizionerebbe i comportamenti di miliardi di persone assoggettate da un uso ritenuto perverso dell’algoritmo.

Il terzo, forse minoritario e di certo meno appariscente, è quello di chi sa che un algoritmo non è uno strumento autoritario di condizionamento sociale, come credono i secondi, ma è esattamente il contrario. È una tecnologia che conserva ed elabora un enorme mole di dati, registrando i nostri comportamenti ai quali si conforma restituendocene la misura.

Infatti il primo a cambiare è proprio lui e lo fa continuamente, anche per migliaia di volte in un anno, registrando e classificando i dati che gli forniamo usando la rete. Tutti abbiamo verificato, ad esempio cercando una sedia in una piattaforma commerciale, che subito ci arrivano pubblicità di sedie, ma non di pomidoro pelati. L’algoritmo non cerca di convincerti a rinunciare alla sedia per un piatto di spaghetti.

Sono, dunque, le nostre scelte che condizionano, per così dire, l’algoritmo e non il contrario.

Semmai dovremmo chiederci da cosa esse siano effettivamente condizionate a monte dell’algoritmo. Famiglia, amici, educazione, scuola, cultura, mass media, esperienze, ambiente sociale.

Tutto a posto allora? Per niente.

Da questa stringatissima sintesi sulla mitologia dell’algoritmo, che farà inorridire i tecnici e me ne scuso, si ricavano almeno due riflessioni.

La prima è che lo sviluppo tecnologico va accolto comunque positivamente, perché anche le sue criticità sono sempre determinate dai comportamenti umani, che giusti o sbagliati sono comunque governabili se lo usiamo responsabilmente.  Siamo noi che guidiamo quello sviluppo.

Semmai non debbono essere in pochi a farlo e per fini non dichiarati. Questo pone un grande tema di rapporto tra democrazia, scienza e uso delle tecnologie, generalmente trascurato dalla politica politicante.

La seconda è molto attuale, soprattutto in questi giorni di dibattito sull’equità fiscale.

Il vero problema non è la dittatura dell’algoritmo, ma la pressoché totale assenza di un regime fiscale equo da imporre alle grandi piattaforme che accumulano miliardi di euro attraverso modalità di produzione del reddito a dire poco ottocentesche. Mi spiego.

Le grandi piattaforme sono fabbriche che accumulano, elaborano e vendono dati forniti da miliardi di “operai” che ci lavorano senza essere pagati. Senza la loro attività l’algoritmo sarebbe come un telaio fermo, un tornio bloccato in un capannone abbandonato.

Gli Stati, dunque, non hanno solo il diritto, ma il dovere di imporre alle piattaforme una tassazione adeguata a fronte degli utili giganteschi realizzati col lavoro gratuito dei loro cittadini/”operai”.

Risorse per finanziare un nuovo welfare, nuove acquisizioni di competenze da parte di chi ha perso il lavoro a causa dello sviluppo tecnologico, ma da ricreare attraverso le nuove applicazioni di quello stesso sviluppo.

La tassazione delle grandi piattaforme non va motivata, come si ipotizza, come una misura contro l’eccesso di posizioni dominanti nel mercato o contro l’elusione fiscale, fenomeni sicuramente da combattere. Neanche come una “semplice” tassa sulla produzione del reddito d’impresa, ma come risarcimento sociale per la mancata retribuzione di miliardi di cittadini/”operai” che producono dati gratuitamente, che un algoritmo trasformerà, come un nuovo macchinario, in ingenti utili realizzati senza costi del personale. Un privilegio da prima rivoluzione industriale.

Lavorare, come si sta facendo, sia in commissione alla Camera, sia in sede europea, per varare una riforma fiscale all’altezza dei tempi è il compito dei riformisti oltre che un obbligo per attuare il PNRR.

Il principio che “chi più ha più paghi”, è giusto in sé, ma esplicitato come nella proposta di Letta sulla tassa di successione è non solo non risolutivo, ma sbagliato. Per la sua esiguità e per la natura assistenziale dell’uso che si vorrebbe fare delle risorse rivenienti, ma soprattutto è completamente fuori contesto storico e politico, perché non morde dove va morso. Per la soddisfazione dei veri, nuovi padroni delle ferriere.

Se non si fosse certi che quella proposta è frutto di una incomprensione profonda dei cambiamenti della società contemporanea, si potrebbe legittimamente pensare a un diversivo conservatore.

In un caso o nell’altro c’è da chiedersi se governare il cambiamento sia il mestiere giusto per chi propone certe cose.