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Riusciremo mai a convincerci che la Giustizia è una cosa tremendamente seria e che non ha nulla a che vedere con una partita di calcio o un incontro di boxe, o una qualunque competizione?
Che non è una cosa dove si fa il tifo per l’uno o per l’altro contendente, perché in ballo c’è la vita, l’onorabilità, la reputazione, il ruolo sociale di persone, esseri umani in carne ed ossa, con le loro storie, le loro famiglie, le loro relazioni, le loro attività?
Ché dopo una partita di calcio la squadra sconfitta se ne fa una ragione e si prepara alla partita successiva, dove le sue possibilità di vincere o perdere sono esattamente le stesse di prima; che è meglio vincere, è ovvio, ma che comunque una sconfitta è parte integrante della competizione.

Ecco, la Giustizia NON è una competizione, dove si spera che vinca il migliore, ed in ogni caso chi perde ha sempre l’occasione per rifarsi.
No, non è così.

L’amministrazione della Giustizia è un’esigenza della società, che per il corretto vivere comune si impone (democraticamente) delle regole di convivenza e deve far sì che queste regole siano rispettate da tutti.
I cittadini decidono quindi di affidarsi (ed è cosa non da poco …!) ad un apposito organismo dello Stato per individuare chi le vìola, accertarne la responsabilità e, se del caso, comminare le pene, che dovrebbero avere sempre un fine rieducativo.
Nessun essere umano è perso per sempre e la sua pericolosità sociale può modificarsi nel tempo; lo Stato deve quindi essere pronto a riconoscerlo, nello stesso momento in cui si difende dall’aggressione alle regole della corretta convivenza.

Tutto questo pistolotto è per chiarire che non si gioca con la Giustizia, che non se ne può e non se ne deve fare strumento di lotta politica. E anche se, come tutte le attività umane, essa può essere fallibile, deve comunque e sempre garantire la massima equità.
“Garantire” appunto, da cui “garantismo”, parola tanto vilipesa dai populisti d’ogni tipo.

L’art. 27 della Costituzione è di una chiarezza inequivocabile:
“La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte.”

Considerare invece la Giustizia un’entità al di sopra delle regole della società, al di sopra dei cittadini, esercitata in nome di un ipotetico interesse superiore, un’astratta legge morale, è invece “giustizialismo”, che è quanto di più pericoloso per l’equilibrio di una società.
Il giustizialismo presuppone infatti l’esistenza di un interesse morale superiore, amministrato da cittadini speciali (i magistrati), con poteri superiori, con uno status di infallibilità, o perlomeno di intangibilità, come si conviene agli dei.
Nella mitologia greca gli dei in effetti amministrano la Giustizia, giudicano e si vendicano, in nome di un interesse appunto superiore, divino.

Nelle società moderne per fortuna non funziona così. Ci abbiamo messo secoli, ma alla fine abbiamo capito che la vendetta non è sentimento che possa albergare in una società civile, che deve sì difendersi da chi la aggredisce, ma che non può mai accettare la rissa.
E deve sempre fare in modo che le responsabilità siano accertate oltre ogni ragionevole dubbio.
Un innocente in galera è inaccettabile almeno quanto un colpevole in libertà.
Negli ordinamenti civili è lo Stato che agisce contro l’ipotetico cittadino Tal de’ Tali, non la vittima contro il presunto colpevole. Non è una competizione, e non può esserci vendetta.

Chi in tutti questi anni non ha invece avuto la sensazione, la certezza, che la giustizia sia diventata un’arma politica con la quale disputarsi il potere con l’avversario? Che la spettacolarizzazione delle indagini e dei processi siano funzionali a teoremi spesso preconfezionati, che servono solo a demolire l’avversario e dimostrare al pubblico la propria immacolatezza. Garantisti con gli amici, giustizialisti con i nemici.

Altro che Giustizia, così è barbarie, solo barbarie. Quella del “qualcuno deve pagare”, quella dell’avversario messo sotto scacco e neutralizzato, a prescindere dalla sua eventuale colpevolezza. E se poi risulta innocente, dopo anni, chissenefrega, tanto chi se lo ricorda più.
Quanti danni, quante rovine, quante vite distrutte, quante volte la democrazia è stata calpestata per poi, spesso molto poi, scoprire che non era il caso. Ma purtroppo indietro non si torna, chi doveva incassare dividenti li ha nel frattempo incassati e chi doveva essere neutralizzato è stato messo ai margini.

Potremmo comporre un elenco infinito di presunti colpevoli poi rivelatisi innocenti.
E non serve contrapporgli un altro elenco con i colpevoli scoperti e condannati.
Non si fa così: la Giustizia non si amministra con la statistica perché la vita e l’onorabilità delle persone sono SEMPRE sacre. Anche un solo errore è di troppo. Troppo per chi lo subisce e troppo per la credibilità dell’intero sistema. Gli errori giudiziari, ancorché inevitabili perché umani, sono un vulnus a tutta la società, oltre che al sistema giudiziario.

Il mestiere di chi amministra la Giustizia non è un mestiere qualunque, qualunque ne sia il ruolo.
E non è mestiere per tutti: non basta un concorso “una tantum” e poi una carriera più o meno automatica da burocrati in toga; serve di più, serve dedizione ed equilibrio, e serve una continua verifica delle capacità di mantenere nel tempo queste caratteristiche.
Altro che porte girevoli, chi va e chi viene, con la politica, con i Ministeri, con la Giustizia privata! Chi fa il magistrato deve sempre garantire il massimo di affidabilità, come un chirurgo, o un pilota di linea.
Ovviamente nulla garantirà mai l’assoluta infallibilità, ma un sistema efficiente deve essere inflessibile e preciso, oltre che imparziale ed equilibrato (non a caso la Giustizia è bendata ed ha in mano una bilancia).

Il rapporto con la politica, non nascondiamocelo, è delicato assai.
Continui assalti reciproci ed invasioni di campo, poca trasparenza ed anche molto malaffare.
Una storia densa di scontri, da Mani Pulite alle leggi ad personam di Berlusconi, dalle tante, troppe, inchieste strombazzate e poi naufragate alle collusioni sulle nomine; e poi leggi vecchie, superate, inapplicabili (una per tutte, l’obbligatorietà dell’azione penale, che ingolfa gli uffici di fascicoli che mai avranno un seguito); l’uso distorto della prescrizione, istituto di garanzia elevato a tabù dei giustizialisti, i tempi biblici per i processi e le sentenze, condanne a vita anche senza alcuna condanna.

Fortunatamente il PNRR ci costringe finalmente ad affrontare il problema: le condizioni sono mature, i protagonisti (politici e magistrati) molto meno, è evidente, ma l’attuale Ministra Cartabia pare intenzionata a provare ad andare fino in fondo.
Dovesse farcela, per lei la Presidenza della Repubblica sarebbe il minimo del riconoscimento.