Seleziona una pagina
Da via Tasso ha detto: “Non tutti fummo brava gente: e non scegliere è immorale.”
Giù il cappello! Ci voleva Mario Draghi per dire con tanta semplicità e chiarezza parole che non si sono sentite spesso negli ultimi settant’anni?
Quello che passa per essere un “tecnopopulista”, come dice sprezzantemente la professoressa Urbinati (fulgido esempio di “vera sinistra” da talk show), un banchiere, un rappresentante delle élite, “quello del Britannia” per intenderci, è però capace di dire con fermezza ciò che certamente non è mai entrato nel lessico comune del dopoguerra.

Altro che festa di tutti, i morti sono morti, ognuno piange i suoi, erano tutti giovani e forti, … macché!
“Non tutti fummo brava gente”, tra di NOI, tra gli italiani, c’erano assassini, c’erano persecutori, c’erano razzisti, c’erano quelli dalla parte sbagliata e quelli dalla parte giusta. E “non scegliere è immorale”.
La Repubblica è stata fondata sulla scelta e non sull’ambiguità, e riconciliarsi non significa dimenticare quella scelta.

Anche se poi è successo di tutto: per settant’anni abbiamo rifiutato di fare definitivamente i conti con il nostro passato, abbiamo fatto finta di non vedere i nostalgici, i revisionisti, i sepolcri imbiancati della pacificazione di maniera.
La riconciliazione, necessaria per andare avanti, deve avere basi solide, incrollabili; si passa oltre solo dopo che si è stabilito una volta per tutte quale era la parte giusta e quale quella sbagliata. E che non si tratta solo di innocue divergenze di opinioni.

Grazie dunque a Draghi, che dà del “dittatore” ad Erdogan e riconosce che non tutti gli italiani erano “brava gente”, che certe soglie sono invalicabili e certi valori non negoziabili.

Temo che il mondo politico non sia purtroppo ancora pronto per maneggiare questi basilari concetti con la scioltezza e la sicurezza che invece dimostra un pragmatico e democratico ex-banchiere.
Non va bene: dobbiamo trovare la forza di superare ogni ambiguità, ogni politicismo, ogni ipocrisia per avere la forza di affrontare con qualche probabilità di successo un’altra ricostruzione, forse più pesante di quella del dopoguerra.
I soldi non sono un problema: ce li danno oggi come ce li diedero allora. Il problema è come li utilizzeremo, come li investiremo, se diventeranno la molla per ricaricare il morale delle nuove generazioni, troppo spesso ripiegate sulla sfiducia e sull’assistenzialismo, o se addirittura li alimenteranno, condannandoci ad un futuro meschino, mediocre e senza speranza.

Dalle discussioni di corto respiro avvenute fino a ieri, e ancora in corso, pare chiaro che questa sensibilità manca a molta parte della politica, sia a chi crede di negoziare come in un suk, sia a chi sdegnosamente si rifiuta di aprire porte e finestre, di far entrare aria fresca, e lanciarsi davvero in un nuovo Rinascimento.
Va be’, il termine sarà pure abusato e inflazionato, però è proprio quello che serve, con questo o con un altro nome.
Leonardo, Michelangelo, Raffaello, e dopo Machiavelli, Galileo, non hanno avuto bisogno di nomi, non sapevano che sarebbero diventati quello che sono diventati: guardavano avanti senza paura, progettavano e realizzavano il futuro, con tanta intelligenza e tanta fiducia nel progresso del genere umano.

“Non scegliere è immorale”: se si crede nel progresso, nella democrazia, nell’emancipazione, bisogna stare dalla parte di chi mette tutta la sua credibilità, tutta la sua reputazione sul piatto della politica.
Bisogna avere la presunzione di individuare il bene comune e lavorare per ottenerlo.
È una bella responsabilità, non c’è dubbio, ma l’alternativa è l’indifferenza, l’accomodamento, il consociativismo, la conservazione, ovvero tutto quello che ci ha portato fin qua, in una situazione di cui tutti ci lamentiamo ma che solo in pochi siamo disposti a cambiare effettivamente.

Il Quaderno di ET