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L’alleanza strutturale demogrillina viene annunciata come “ineluttabile“, un po’ come una malattia a prognosi infausta e questo contribuisce non poco a fare chiarezza sul futuro e sui percorsi che dovranno prendere tutti gli antipopulisti di questo paese. Il populismo per sopravvivere adotta continue varianti, un po’ come abbiamo imparato a capire dei virus, l’ultima edizione, la variante tronista dei poveri, è la grande ma anche unica scommessa degli ideologi di quello che fu il partito del riformismo di centro sinistra.

L’avvento del governo Draghi, avversato strenuamente dall’elettorato più marcatamente populista: quello grillino, può produrre la scomposizione del quadro che si era pre-figurato nella mente di alcuni ideologi di risulta con due populismi che si contendevano il primato elettorale. Mentre a destra lo sconquasso ha prodotto tempestivi riposizionamenti, l’altro populismo, per un’ostinazione che denota assenza di visione e non certo coerenza, non prevede alcuna variazione sul tema. I portavoce della segreteria del PD, svolgono un lavoro invidiato perfino dai navigator più indolenti: Devono ripetere da due anni le quattro o cinque didascaliche millanterie ed inesattezze sui risultati ottenuti ad una platea che dal grillismo appare acquisire forma, sostanza, ortografia e sintassi e contare i like che prendono i post suggeriti da Rocco Casalino per offrire con piglio volitivo incrollabili certezze. Una leadership costruita sul rodato meccanismo delle primarie confermative, quelle nelle quali anche a quei 3/4 di militanti che non conoscevano affatto il candidato calato dall’alto veniva chiesto con la sperimentata efficacia della macchina organizzativa di mettere la croce in calce.

L’esito è quello che vediamo emergere nel pur timido dibattito interno: la paura di ogni “refolo di dissenso” come è stato giustamente scritto produce torsioni sulla libertà di discussione interna, si mostrano i muscoli erigendo una munita fortezza a salvaguardia dei responsabili della scelta strategica, il tutto come segno di estrema debolezza della linea in-discussa, così come le imponenti mura Aureliane che cinsero Roma nel terzo secolo stanno a dimostrare il segno della percezione di debolezza a dispetto della loro imponenza. Ci sarebbe moltissimo da dire sui grillini, ma l’unico fatto rilevante per provare ad incasellare quanto detto sinora è che si alleeranno sempre con chiunque gli garantisca una poltrona. Estrema destra compresa. Anche in futuro.

Dunque la genialità dei vertici del PD consiste nel tentativo strategico di cancellare ogni forma di centro sinistra riformista per costruire una partnership con una forza che non è di centro sinistra e facilmente alleabile, alla bisogna, con tutti, orientandosi esclusivamente sul vantaggio personale, unico elemento a dare norma alla loro condotta.
Intendiamoci, ci troviamo nella necessità di occuparci di quello che si decide in altri partiti, non per inclinazione al pettegolezzo, ma perché queste scelte contemplano l’obiettivo di aggravare l’anomalia del quadro politico Italiano che avrebbe invece bisogno di andare in direzione opposta e guardare definitivamente all’Europa e molto meno al Venezuela. Si dirà, mettetevi nei loro panni.

Le percentuali sono quelle che sono, nella sostanza e al netto della propaganda le stesse del “disastroso” risultato delle politiche soltanto con una decina di regioni in meno di quelle che gli erano state lasciate in eredità e l’isolamento in quell’angusto perimetro di un terreno sterile preclude qualsiasi velleità elettorale e poi stipulare alleanze è sintomo di abilità politica. Ma i grillini si sono alleati con tutti tranne la Meloni e se esiste una preclusione sarebbe eventualmente di FdI non certo da parte loro. Nessun altro per ottenere la loro alleanza è stato costretto o disposto a corteggiarli a dispetto dell’amor proprio, ad assisterli, ad ossigenarli, a blandirli, ad accettare tutte le loro idiozie, comprese quelle in spregio alle istituzioni. Gli altri li prendevano a sganassoni e nel contempo gli sfilavano gli elettori e se è segno di capacità fare un’alleanza con loro da genuflessi, tutti gli altri sono stati dei titani della politica.

Come abbiamo visto dalle reazioni nel campo riformista, almeno in quello più strutturato, il fatto che il quadro si vada delineando con la massima chiarezza produce poche preoccupazioni e molta soddisfazione. Si tocca la possibilità di creare un polo alternativo ai due populismi, l’unico autenticamente Draghiano, inteso come discontinuo agli ultimi due governi o se preferite all’ultimo governo in due atti, discontinuità per convinzione, in grado di interpretare con entusiasmo una nuova stagione per la nazione, lasciando ad altri il compito di presidiare Salò, troppo arrabbiati per la perdita di poltrone per concedere una possibilità all’Italia. Chi resta nel PD “accetta” un eterno compromesso al ribasso indipendentemente da alterne e improbabili mutazioni congressuali.

C’è bisogno di una offerta convincente che si rivolga direttamente agli elettori, che scavalchi i personalismi forse qualche mina appositamente disseminata sul terreno che si è distinta per spericolate operazioni elettorali sostenendo argomenti da parodia di Di Battista come ha fatto Calenda. Chi ha la possibilità di verificare i flussi di iscrizione ai gruppi social sa che è in corso il primo esodo da Azione verso Italia Viva. Non ci sono federatori in quel campo e se non ne nasceranno di imprevisti ciascuno deve accettare di sciogliersi in qualcosa di diverso oppure mettere in campo la propria proposta. Se quello è il campo che rimette al centro le capacità politiche, saranno queste a costituire l’unico fattore di forza gravitazionale.