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Il vertice di Confindustria si esalta facilmente: ha applaudito Conte uno, ha applaudito Conte due, voleva fermamente il Conte tre, ora fa standing ovation a Mario Draghi; temo che applaudirebbe chiunque vada lì a promettere un po’ di stabilità e un po’ di respiro per i conti aziendali …
Dopotutto non c’è da stupirsi: gli industriali vogliono fare affari, far crescere aziende e profitti, e applaudono di conseguenza.

Dubito però che si rendano pienamente conto della profondità delle riforme di cui l’Italia ha bisogno e che Draghi si è impegnato (con l’Europa, prima che con gli italiani) a realizzare in tempi certi.
Sono riforme che hanno forma di leggi, ma anche e forse soprattutto di comportamenti. E toccano tutte le parti in causa: istituzioni, partiti, parti sociali, media, semplici cittadini.
La loro riuscita è quindi legata a quanto e come parteciperanno al processo riformatore tutti gli attori.
Messa così, sembrerebbe un’impresa disperata, l’ennesimo pio desiderio destinato a naufragare nel giro di poche settimane, o al massimo di pochi mesi.
Purtroppo abbiamo già visto più volte questo film …
Perché adesso dovrebbe essere diverso? Che cosa può cambiare la situazione questa volta? Perché dovremmo essere più ottimisti?
Infatti, è meglio non esserlo e tenere ben saldi i piedi per terra.

Degli industriali abbiamo detto, ora li vedremo alla prova nella capacità di fare investimenti, di favorire assunzioni corrette e non drogate da finti stages, dalla fedeltà fiscale e da relazioni industriali costruttive.

sindacati al momento sembrano l’anello più debole della catena: sono tanti e divisi (ma perché – domanda retorica – sono ancora tanti così?), con strutture elefantiache e pletoriche, spiazzati dai nuovi lavori e dalle nuove tecnologie, all’inseguimento di improbabili ribellismi come i no-vax o i no-qualcosa, come al solito pronti a reclamare diritti ma mai a sollecitare doveri, ancora legati a riti e totem del passato, come l’art. 18. Cercano ancora la fessura del gettone telefonico nell’IPhone?
È lecito nutrire dubbi sulla loro capacità di cambiare, e in fretta, per perseguire gli obbiettivi di sviluppo, di efficienza, di rappresentatività allargata, di sostegno ai lavoratori più che ai posti di lavoro di aziende decotte, visto che questi inevitabilmente dovranno seguire le profonde trasformazioni industriali connesse con la digitalizzazione e la transizione ambientale (poco resterà come prima).
Serve un sindacato moderno che si svincoli dai riti del passato e sappia interloquire con il mondo industriale, dei servizi e della pubblica amministrazione, mondi che si stanno profondamente modificando e sempre più si modificheranno.
È deleterio fare resistenza al cambiamento: bisognerebbe anzi favorirlo, pilotarlo, indirizzarlo, perché diventi occasione di crescita e sviluppo delle persone e non di ulteriori diseguaglianze sociali.
Ce l’ha il sindacato questo coraggio? È capace di mettersi in discussione? Uno dei migliori sindacalisti sulla piazza, Marco Bentivogli, ha preferito cambiare mestiere e combattere in altro modo …

partiti attraversano una crisi evidente a tutti: il populismo dilagante li ha squassati dalle fondamenta e non sono ancora riusciti a recuperare quella credibilità e autorità che permettono di dire nettamente dei SI e dei NO, di preparare progetti concreti e non solo identitari, di porsi davvero il problema del governo e non solo della propaganda o dei like sui social.
Qualcuno non ce la farà mai: difficile aspettarsi progettualità dai nostalgici fascisti, o dai sovranisti che non capiscono che il mondo globalizzato va da un’altra parte, o dai massimalisti “de sinistra” che ormai sono più conservatori dei conservatori di destra e che, come i sovranisti, vivono con la testa rivolta all’altro secolo (o addirittura a quello ancora prima).
Fortunatamente la politica non è solo questo: c’è lo spazio per un riformismo di centrosinistra ed uno di centrodestra, che in questo momento di oggettiva emergenza (una ricostruzione del Paese come settanta anni fa) possono anche trovare punti di contatto, obbiettivi comuni, fare insomma un pezzo di strada insieme senza tentare di scannarsi a vicenda.
Dovrebbero riuscire a tenere ai margini gli estremisti e i fanatici, e così potrebbero ricrearsi quella credibilità e quell’autorevolezza utili a dare un indirizzo complessivo e condiviso al Paese. Il tempo della divisione e dei progetti alternativi arriverebbe subito dopo, con un quadro più stabile.

media sono un altro punto fortemente critico: sia quelli nuovi, che avrebbero urgente bisogno di una regolamentazione a livello perlomeno europeo che li renda più trasparenti e civili e li faccia uscire dallo stato di selvaggia brutalità in cui si trovano oggidì, sia quelli tradizionali.
Troppo abituati a fare da grancassa al presunto pensiero dominante, a lisciare il pelo alle peggiori pulsioni della “ggente”, troppo inclini all’uso strumentale dello scandalo, troppo impauriti di assumere posizioni potenzialmente scomode.
Se la stampa e la televisione non dimostrano coraggio ed onestà intellettuale, c’è poco da stare tranquilli: il potere di influenza che gestiscono è ancora fortissimo e difficilmente si potrà ricostruire il Paese senza la loro collaborazione. I potenti gruppi industriali e finanziari che li controllano dovrebbero dare tangibile dimostrazione di quell’indipendenza che amano sbandierare nei talk show e in altre sedi più ufficiali.

Infine i cittadini, noi tutti, dovremmo capire quanto importante e serio sia il momento e comportarci di conseguenza, isolando le orde degli odiatori, dei rabbiosi e dei rancorosi, dei paurosi, gelosi di mantenere un qualche reale o presunto privilegio. I cittadini che vogliono lavorare, vogliono promuovere la loro condizione con l’applicazione, la formazione, l’ingegno devono farsi vedere, farsi sentire, rivendicare la loro presenza ed il loro peso. Le elezioni del 3-4 ottobre saranno un buon banco di prova.

Infine, nulla sarà possibile senza uno sforzo condiviso sul sistema formativo del Paese: dagli asili nido alle Università ed i Centri di Ricerca.
Il mondo è complicato, è articolato, è competitivo, richiede competenza, richiede studio, cultura, voglia di crescere e di migliorarsi: sono queste le chiavi per riuscire, per nutrire un qualche ottimismo, per non disperare e sprofondare nel solito fatalismo pessimista, tipico della sottocultura nazionale. Senza, non si va da nessuna parte.

Alla fine è la politica che deve mettersi al centro e fare il suo mestiere: le scorciatoie populiste hanno dimostrato tutta la loro inconsistenza e pericolosità; un leader forte, credibile, autorevole e competente ce l’abbiamo; le forze politiche devono mostrarsi all’altezza. Chi c’è, c’è: gli altri restino pure ai margini.
Mettersi di traverso, fare una sorda e ottusa resistenza, equivale a sabotare il Paese, a condannarlo alla subalternità in Europa e nel mondo, proprio ora che, grazie a Draghi e in concomitanza con l’uscita di scena di Merkel, siamo tornati in primo piano sul palcoscenico europeo.

Questo settembre, così cruciale per il nostro futuro, sembra chiudersi con notizie positive anche sul lato sanitario: non è fortuna, è frutto del lavoro, della dedizione, della competenza di tanti cittadini, ai quali dobbiamo essere grati, altro che umiliarli con le fobie dei no-vax!
Ecco: isolarli, ignorarli, non sopravvalutarli. Sono solo quattro gatti fanatici che non meritano il clamore che suscitano grazie ai media compiacenti, sempre pronti a mettere il microfono sotto il naso a chi spara baggianate, sia un arrabbiato, un vicequestore, un finto scienziato, un filosofo o un ex-guru televisivo sul viale del tramonto.

Ottimisti o pessimisti che vogliamo essere, questa è la strada che abbiamo davanti. Non resta che incamminarci, un passo alla volta.

Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già
Il giorno come sempre sarà.