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Diciamoci la verità. Quando il Presidente del Consiglio Mario Draghi, leggendo la lista dei Ministri, ha nominato Roberto speranza confermandolo al dicastero della Salute, siamo stati colti da un malore.  Certamente, infatti, il Ministro della salute è stato responsabile di una serie di scelte sbagliate nella gestione dell’epidemia contribuendo in maniera importante a collocare l’Italia in vetta alla classifica per il tasso di mortalità da Covid ma anche in quella rappresentante la recessione del PIL.

Insomma, per dirla con Guido Silvestri, questa barca in mezzo alla tempesta, l’Italia, che doveva passare all’interno dello stretto pertugio tra due scogli, da un lato il virus e la malattia da esso causata, dall’altra le conseguenze del lockdown, che non solo si fanno sentire a livello economico, ma hanno gravi implicazioni a livello sociale, psicologico ed anche sanitario, è riuscita ad impattare su entrambi in maniera dolorosissima.

L’avvento di Mario Draghi ha ridato fiducia nella speranza e convinzione che sia la giusta scelta per un significativo cambio di passo nella gestione dell’epidemia.

Superando lo schema che ci ha accompagnato in questi mesi di una eterna sfida tra “chiusuristi” e “aperturisti”, come se l’alternativa ai sostenitori del “lockdown fino alla sconfitta del virus” fossero coloro che negano l’esistenza del virus o comunque la sua pericolosità. Non è affatto così.

Per questo lo sforzo andava e va fatto per trovare il massimo equilibrio, sapendo che l’obiettivo del “covid zero” è raggiungibile e si basa su una sola possibile strategia: la campagna di vaccinazione di massa. Chiunque affermi che sia possibile raggiungerlo in altro modo, mente.

LE MOSSE DI DRAGHI

Il governo Draghi si è insediato in coincidenza con la ripresa del numero dei contagi. Per questo è improbabile che ci possa essere un allentamento delle misure di contenimento della diffusione del virus proprio in questo momento. Soprattutto sarebbe sbagliato.

Ma Draghi ha agito tempestivamente su tutte le questioni dirimenti. Innanzitutto, ha messo a capo della Protezione civile Fabrizio Curcio, in sostituzione di quell’Angelo Borrelli che l’anno scorso ci angosciava con il bollettino dei numeri e negava la necessità della mascherina. Draghi ha poi nominato il generale Francesco Paolo Figliuolo, responsabile logistico dell’Esercito, nuovo commissario straordinario per l’emergenza Covid in sostituzione del discusso Domenico Arcuri. Draghi, quindi, senza clamore, ha cambiato la catena di comando e ha ridato centralità all’esercito e alla protezione civile, uniche macchine organizzative di eccellenza, nella gestione della campagna di vaccinazione.

Draghi sta poi ponendo con forza a livello europeo il tema della velocizzazione delle autorizzazioni, del distanziamento dei richiami per poter vaccinare al più presto il più alto numero di persone, del reperimento del più alto numero di dosi possibile.

Ha poi richiamato i consulenti del Ministero della Salute e del Comitato tecnico scientifico a limitare le dichiarazioni alla stampa disponendo di evitare la sovraesposizione mediatica che finisce per indurre allarmismo e terrorismo.

I DANNI DELL’ALLARMISMO

I danni di questo allarmismo possiamo verificarli proprio in questi giorni. Siamo certamente di fronte a un’impennata forte dei contagi. La popolazione, però, non sembra recepire l’allarme come dovrebbe, anche perché non coglie la differenza rispetto ai mesi precedenti, in cui il virus è sempre stato sotto controllo al contrario di quello che televisioni, giornali e soprattutto esperti facevano intendere.

Seguo l’andamento del contagio da molti mesi ogni giorno – ho una rubrica quotidiana, Virologia Numerica, sul mio profilo facebook – utilizzando degli strumenti di Statistica che uno studente di Ingegneria acquisisce nel primo anno. Eppure, dopo un anno ancora non si è capito che seguire il dato giornaliero o l’incidenza dei positivi sul numero dei tamponi è sbagliato e spesso fuorviante. Una media mobile a sette giorni consente di ripulire il dato dalle sporcizie delle comunicazioni dei dati (sabato, domenica, feste) e della variabilità dei tamponi.

E i numeri in maniera sempre più chiara hanno reso evidente come fosse assurda l’idea di applicare misure restrittive nazionali, a fronte di una differenziazione molto forte tra le varie parti dell’Italia. In fondo, lo stesso CTS non ha mai chiesto un lockdown nazionale, come invece il governo Conte decise di fare. Spingendo una parte significativa del nostro Paese in cui non si registravano contagi significativi verso lo scoglio della recessione economica.

I LIMITI DELL’ATTUALE SISTEMA DI GESTIONE DELL’EPIDEMIA

Il sistema delle regioni “a colori” è stato quindi un passo avanti positivo, ma ha dimostrato chiaramente alcuni forti limiti:

1) il ritardo con cui le decisioni vengono applicate. L’algoritmo di calcolo dell’Rt non è in grado, a differenza delle medie mobili, di cogliere in tempo reale le variazioni del tasso di crescita del virus. Sostanzialmente è in ritardo di circa 10 giorni. Decisioni in ritardo di 10 giorni che hanno gli effetti nefasti che conosciamo;

2) la grande differenziazione tra aree all’interno delle stesse regioni, per cui molto più efficace sarebbe l’applicazione delle misure a livello provinciale se non comunale;

3) la scarsa efficacia della cd zona arancione che dà tanto l’idea di un vorrei ma non posso. Una scelta pavida per evitare il giallo troppo morbido o il rosso troppo forte. Ma l’errore è considerare l’arancione come il mescolamento dei colori, nelle regioni, in cui alcune province sono da misure rosse ed altre sono da misure gialle. L’errore è mescolare e fare tutto arancione. La cosa giusta è applicare misure rosse alle province che necessitano di misure rosse, misure gialle alle province che necessitano misure gialle;

4) l’assurdità di alcune misure previste per la zona gialla, come la chiusura parziale o totale di attività (ristorante, piscine, palestre) a cui è stato chiesto un grande sforzo per adeguarsi a misure di sicurezza, per poi chiuderle senza alcuna differenziazione tra chi applica doverosamente i protocolli e chi non rispetta alcuna regola. Ma soprattutto senza alcuna evidenza scientifica che si tratti di luoghi che favoriscano lo svilupparsi del contagio.

La scienza, questa sconosciuta, verrebbe da dire ad ascoltare certe affermazioni.

Bisognerebbe invece assumere decisioni sulla base di studi scientifici che dimostrino quali siano le condizioni maggiormente favorevoli al virus. Sappiamo, tanto per fare un esempio, che la maggior parte dei contagi avviene all’interno delle abitazioni private, eppure si continuano a ostacolare le attività all’aperto, o in luoghi facilmente controllabili, favorendo inevitabilmente le riunioni private al chiuso, dove si è al riparo dai controlli.

Per non parlare del caso della scuola. Anche qui, la scienza. La stessa scienza che ha dimostrato, numeri alla mano, che le classi scolastiche non fossero sedi di focolai anzi, individuandole come uno dei luoghi maggiormente sicuri. Su questa base scientifica abbiamo sempre chiesto che riaprissero e che i nostri ragazzi non venissero privati dell’opportunità di imparare, crescere, socializzare. E sulla base della stessa scienza che, se oggi si dimostrerà che la variante inglese ha una maggiore capacità di crescita nelle scuole, come da qualche parte si ventila, saremo favorevoli alla chiusura. Chiuderle, naturalmente investendo in modo straordinario sulla vaccinazione del personale scolastico per riaprirle in tempi brevissimi.

Infine, una puntualizzazione sul grande tema del tracciamento. L’abbiamo invocato dal primo minuto, consapevoli che fosse una delle chiavi fondamentali per la gestione dell’epidemia. Purtroppo, il sistema di tracciamento italiano si è caratterizzato per due clamorosi flop. Il primo, l’app IMMUNI, su cui non voglio neanche spendere una parola visto la sua assoluta inutilità. Il secondo, il mancato incremento del numero di “tracciatori”. Con quale credibilità oggi gli stessi che non hanno proceduto all’assunzione di queste fondamentali figure nel corso di un intero anno, ancora la invocano ora come soluzione?

LA NUOVA FASE

La verità è che siamo in un’altra fase, per fortuna. La fase in cui, grazie al progresso della scienza, siamo nelle condizioni di avere il vaccino e cure molto efficaci.

Ed è qui che si gioca la partita finale. Anche quella politica. Ovvero, sulla capacità e soprattutto sulla velocità di rendere i vaccini disponibili per tutti, a partire naturalmente dai più fragili.

Su questo, e non sull’impossibilità di rimediare agli errori del suo predecessore, il governo Draghi andrà valutato.

E noi siamo convinti che, seguendo la stella polare della scienza, ce la faremo.