Seleziona una pagina
“Chi nasce tondo non diventa quadrato.”
La vecchia saggezza popolare ben descrive il neo Segretario del PD Enrico Letta.

Chi pensava che sette anni di esilio a Parigi, in ambiente accademico, a contatto con giovani virgulti della politica francese, avrebbe modificato i cromosomi dell’uomo, deve purtroppo per lui ricredersi.
Enrico Letta rimane il solito inconcludente, irresoluto, indeterminato pseudo-leader che avevamo conosciuto circa un decennio fa.
Allora spese quasi un anno di governo senza ottenere alcun risultato tangibile (anzi no, fu l’ultimo a far aumentare l’IVA, dal 21% all’odierno 22%), in perenne procinto di avviare cose che non si avviavano.
Come dimenticare la pletorica Commissione dei 35 Saggi che doveva formulare proposte per la riforma della Costituzione, inclusa la modifica dell’art. 138, ovvero delle regole per modificarla. Un’operazione di estrema pericolosità, un grimaldello, una vera bomba istituzionale che fortunatamente non fu innescata né tantomeno fatta brillare.
In realtà non successe nulla, malgrado il cosiddetto “decreto del fare”, neanche quando Renzi lo sollecitò col famoso “Enrico, stai sereno e governa”.

Macché! La debolezza dell’uomo era troppo evidente, tanto che anche i severi soloni del PD (da D’Alema a Bersani, a Speranza) decisero di tagliare i tempi e mandare (allo sbaraglio, secondo loro) al Governo lo scalpitante Matteo Renzi, fresco di una vittoria travolgente al Congresso.
In Direzione votarono praticamente tutti per il cambio della guardia, anche se poi la vulgata dei media, il famoso “spin”, registrò e tramandò solo il “tradimento” di Renzi, la diabolica “manovra di palazzo” dell’appena eletto Segretario del PD.
In realtà la vecchia guardia aveva deciso di spingere Renzi nella certezza di bruciarlo e toglierselo definitivamente dai piedi. La storia non andò esattamente così.

Letta andò a Parigi imbronciato e Renzi andò a Palazzo Chigi, a dimostrare che anche con quella situazione parlamentare precaria si potevano fare fior di riforme.
Ci restò quasi tre anni lasciando, comunque si voglia giudicare quell’esperienza, un segno indiscutibile.
E la Ditta dovette ordire il vero “tradimento” sul referendum del 2016 per mandarlo via (per modo di dire, visto che ancora detta tempi e modi della politica).

Mentre il tondo, anche a Parigi, restava tondo, e dopo sette anni, di ritorno dall’esilio, acclamato all’unanimità come salvatore del Partito, eccolo di nuovo sulla ribalta, “fresco come un quarto di pollo” (copyright Montalbano), ma con tutte le sue magagne croniche.
Parole tante, qualche dichiarazione ben elaborata (“Non serve un nuovo Segretario, serve un nuovo PD”), ma in sostanza nulla di diverso dal precedente Zingaretti. D’altronde, con gli stessi consiglieri e lo stesso Partito, pur con due capigruppo di sesso femminile, cos’altro poteva accadere?
Diceva Einstein: “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose “.

E così eccoci qui, a contare i risultati. Inconcludente e subalterno il rapporto con quel che resta (molto poco!) del M5S, confusione ed irresolutezza nelle candidature a Sindaco nelle principali città, nessuna prospettiva di rilancio del Partito, inchiodato alle stesse percentuali nei sondaggi, sterile polemica con Salvini, che almeno a suo modo riesce a far parlare di sé.
La faccenda dei candidati Sindaci è poi davvero eloquente.
A Roma, i cinquestelle gli bocciano Zingaretti e allora ci si infila in inutili pseudo-primarie per scegliere un candidato (Gualtieri) che rischia di non arrivare al secondo turno; l’appoggio all’unico candidato in campo davvero forte, e cioè Carlo Calenda, neanche preso in considerazione (dopo averlo eletto nelle liste PD).
A Torino, altre primarie inutilmente divisive per accontentare le anime scalpitanti del Partito, quando anche le pietre sanno che Stefano Lo Russo (capogruppo PD in Comune) è l’unico candidato possibile e credibile, salvo l’arrivo di un improbabile CR7.
A Napoli, nessuna indicazione, nebbia fitta, anche se siamo lontani dalla Valpadana.
Insomma, battaglie identitarie ma ininfluenti su temi di bandiera come lo ius soli, il voto ai sedicenni, ma la ciccia della politica manca, una vera riconfigurazione del Partito, neppure a parlarne.

Serve altro tempo? Non credo che ce ne sia, perché nel frattempo la vera politica la fa Draghi, smontando pezzo a pezzo tutto il vacuo castello di Giuseppe Conte (altro che “punto di riferimento del progressismo europeo”…) e Rocco Casalino, predisponendosi al meglio per gestire il PNRR, che è il vero e pressoché unico obbiettivo nazionale da qui al 2026.
A noi non resta che sperare che sia Draghi a gestirlo FINO ALLA FINE e i Partiti dovrebbero impiegare il tempo ad escogitare il miglior modo possibile per far sì che ciò avvenga.

Ma il PD è ormai infilato in un tunnel ancora tutto da scavare e continua a rigettare i leader, rendendo così evidente che, così com’è, non potrà mai più avere un leader vero.
Chi volete che, da sano di mente, si proponga per un posto da sicura vittima sacrificale?

Nascosta nei meandri del PD c’è una perfida Turandot che ammazza tutti i possibili candidati sovrani, ponendo loro enigmi irrisolvibili e punendoli con la morte politica, talvolta con l’esilio.
E non c’è alcun Calaf all’orizzonte. Per ora, solo “gelo”, ma niente “foco”.