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Articolo 1: libertà di informazione e di critica

«È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte e riparati gli eventuali errori. Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori».

Questo è il testo del primo articolo dei doveri del giornalista. Un articolo chiave e che spiega nel dettaglio alcune parole: una tra tutte quelle della critica, la quale è sacrosanta, non l’insulto quotidiano. Partendo proprio da questo pezzo, quante volte si è data la responsabilità alla politica di tutto ciò che succede fuori? Spesso è così; facile sparare sul carro della politica, quasi banale, scontato, un po’ come sparare sulla Croce Rossa. Non voglio assolutamente assolvere l’intero mondo politico e ci mancherebbe, anche loro sono responsabili, però c’è una sottile linea e, per quanto possa essere impercettibile, essa è visibile a tutti: ovvero una parte del mondo giornalistico e televisivo ha cercato di deviare l’attenzione delle persone, del cittadino, dell’opinione pubblica. Indro Montanelli scriveva che: ”Il compito di un giornalista dovrebbe essere quello di raccontare la verità e non quello di scrivere qualcosa solo per fare notizia”.

Applicare questo concetto è complesso, lo è per tutti, figuriamoci per il mondo giornalistico, il quale nel corso degli anni si è visto improvvisi tagli, diminuzione di articoli, calo vertiginoso di vendite di quotidiani e un generale calo dell’interesse da parte degli stessi lettori. Siamo sicuri però che valga davvero la pena, per una società democratica, plurale, sostituire e abdicare il concetto di verità per dei semplici e maggiori click sul web? Oppure per un maggior numero di ascolti? Oppure ancora per avere più condivisioni? Spesso alcuni giornalisti utilizzano le “mezze verità” peggiori a volte, delle stesse menzogne. Se questo paese non ha ottenuto nel corso degli anni risultati forti in campo politico, sociale e culturale è anche per colpa degli stessi commentatori.

Un esempio concreto lo possiamo fare con Il Fatto Quotidiano: per anni hanno raccontato falsità e questo lo ha stabilito la giustizia, con numerose sentenze. Marco Travaglio tuttora paga la famiglia Renzi per aver raccontato menzogne nei suoi confronti per anni, ancora adesso. E chi pagherà per il danno politico fatto ad un Ex Presidente del Consiglio in termini di immagine pubblica? Come caspita è possibile che un “record man” di condanne per diffamazione come Travaglio venga invitato costantemente su La7, la quale ormai svolge da anni un ruolo chiave di servizio pubblico? Uno dei casi più recenti ha riguardato l’On. Brunetta e Il Corriere Della Sera, che dopo aver raccontato un’intervista (inventata) dell’On. Brunetta, il quotidiano ha dovuto chiedere scusa e rettificare.

Ma com’è possibile che uno dei più importanti quotidiani arrivi a fare questo? Andreotti diceva che: ”A pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca”. Viviamo un momento storico in cui non ci si scandalizza quasi per nulla se qualcuno racconta una falsità. Diamo per scontato che questo possa succedere, sai com’è, è una “balla”. Siamo sicuri che dobbiamo dare per scontato tutto questo? Non è vero forse, che seguendo le parole di Montanelli, alcuni giornalisti di oggi stanno abdicando la loro stessa natura, il loro stesso ruolo e i loro stessi principi? Sognare un paese in cui il giornalista sia preparato, in cui non rimanga indifferente alla verità e magari capace di agire sui contenuti, in grado di stabilire e mantenere il pluralismo e il rispetto della deontologia giornalistica, secondo voi è follia? Viene facile dire “non esistono più i politici di una volta”. Potrà avere un minimo di verità questa frase, allo stesso tempo però potremmo dire che “non esistono più neanche i giornalisti di una volta”.

Giornalisti magari, in grado di controbattere e magari sui contenuti. Su alcuni quotidiani, per poter leggere della politica estera, cruciale in un mondo globalizzato come il nostro, spesso si deve andare a leggere un trafiletto a pagina dodici, tredici, quattordici. Vi ricordate quando Maria Elena Boschi era ministro? Tirarono fuori una marea di menzogne e che oggi si sono tradotte tutte in un nulla di fatto. Ma chi pagherà per il danno fatto ad una delle donne più capaci e intelligenti che la politica italiana e il mondo di centrosinistra ha tirato fuori in questi anni? La verità è che nessuno pagherà caro tutto ciò che dice ed è forse proprio per questo che alcuni giornalisti vanno avanti imperterriti, abdicando al loro stesso ruolo: portatori di verità, per non inquinare le falde della democrazia e del dibattito pubblico di questo Paese.