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Cos’è che definisce un Partito politico? Cosa dev’essere in termini di organizzazione e di identità? Qual è (o quale dovrebbe essere) il suo ideale posizionamento nell’arco parlamentare?

In altre parole è sufficiente identificarsi nel leader di una formazione politica per dirsene appartenenti, oppure sono necessarie idealità, progettualità, riferimenti (storici e filosofici)?

Queste sono le domande (anzi, una minima parte delle domande) che, chi decide di aderire a un partito politico, come simpatizzante o come attivista, dovrebbe almeno una volta nella vita avere la decenza di porsi.

Tralasciando di raccontare nuovamente la nascita e l’evoluzione del Partito Democratico (l’abbiamo fatto in precedenti analisi e, chi ne ha voglia, può trovare qualcosa qui e qui), la notizia che sembra monopolizzare l’interesse di militanti e dirigenti del PD è l’invito rivolto a Enrico Letta di assumere la segreteria del Partito.

Molto bene. Ma, a questo punto, è necessario interrogarsi sul perché di questa mossa che ha il sapore forte del tatticismo politico. Altrimenti si rischia di acclamarlo senza nemmeno provare a comprendere.

Vediamo di capire molto brevemente chi sia Enrico Letta ripercorrendo la sua attività politica. È stato ministro nei governi D’Alema e Amato, responsabile delle politiche del lavoro durante la segreteria di Walter Veltroni del PD, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Prodi 2, vicesegretario di Pierluigi Bersani e Presidente del Consiglio dei Ministri. Storia, tutto sommato, nota: uomo di partito, equidistante da tutte le posizioni; un galleggiatore.

La stagione politica di Enrico Letta, tuttavia, dev’essere valutata assecondando anche altre chiavi di lettura. Con la segreteria di Bersani, infatti, c’è stata la prima “apertura” del Partito Democratico verso il Movimento 5 Stelle: chi potrebbe dimenticare la “sfanculata” ricevuta dai grillini appena affacciatisi al panorama parlamentare quando Bersani (vicesegretario Letta) tentò di formare un accordo di governo?

E poi Enrico Letta, nel momento attuale, dev’essere inquadrato anche in un campo idealmente definito per circoscrivere (e forse tentare di allontanare definitivamente) la componente riformista, di derivazione renziana, tutt’ora presente nel Partito Democratico.

Per formazione e posizionamento politico Enrico Letta non è distante in modo siderale da Matteo Renzi dal quale lo divide, certamente, la grinta e la capacità dialettica. Peraltro, ed è bene tenerlo a mente, si deve proprio a Letta la formazione del primo governo “di larghe intese” che ha coinvolto anche membri del Popolo delle Libertà (Forza Italia, per intenderci). Si consideri, infine, per meglio inquadrarne il percorso politico, che da europarlamentare (2004-2006) è stato iscritto al gruppo liberaldemocratico.

Se dovessimo, quindi, posizionare in termini politici Enrico Letta, diremmo che certamente si tratta di un socialdemocratico o, se volete, di un liberaldemocratico. Perché, allora, è tirato in ballo per cercare di riunire le varie componenti che formano il cartello del PD?

La lettura dell’invito ricevuto a guidare la segreteria del Partito Democratico non può prescindere da alcuna delle considerazioni esposte alle quali se ne deve aggiungere un’altra che, verosimilmente, è quella determinante. Vediamo.

Nell’immaginario collettivo, soprattutto nella base “massimalista” (ormai pressoché residua) del Partito Democratico, Enrico Letta incarna e personifica il risentimento verso Matteo Renzi che è ritenuto responsabile della caduta del primo governo della 17ª Legislatura, formatosi dopo il fallimento ricognitivo di Pierluigi Bersani e la sua apertura al mondo 5 stelle.

Questo risentimento persiste nonostante sia ben noto che la sostituzione di Enrico Letta alla guida del Paese sia avvenuta per indicazione dell’intero gruppo dirigente del Partito Democratico (con l’eccezione di Pippo Civati e con Gianni Cuperlo che, addirittura, ha definito superfluo il voto) e non per volontà di Matteo Renzi e sia avvenuta, soprattutto, perché il governo Letta è stato visto come celebrazione dell’immobilismo, tanto da portare il Wall Street Journal, di fronte alla persistente rivendicazione della “stabilità” a titolare «Il governo dell’Italia ha di fronte la stabilità del cimitero?», ripreso in un articolo de “Il Sole 24ore” nel novembre 2013.

A questo profilo, va aggiunto un connotato tutto contemporaneo di apertura sostanziale verso il Movimento 5 Stelle, come dichiarato dallo stesso Letta a “Propaganda Live”, il quale si è spinto fino a dire che l’alleanza PD/5stelle potrebbe rappresentare la “soluzione ai problemi del Paese”.

Del resto Enrico Letta si porrebbe in continuità con la linea fortemente sostenuta da Pierluigi Bersani (di cui, ricordiamolo, è stato vicesegretario) e, soprattutto, di Zingaretti.

Si hanno, dunque, diverse ragioni per affidare la conduzione del Partito Democratico a Enrico Letta (che, ed è bene sottolinearlo, è persona di elevato spessore culturale, sia chiaro), ma nessuna di queste ragioni dà un imprinting esattamente politico (nel senso di filosofia politica) al PD; semmai sarebbe un segretario fortemente caratterizzato dalla inclinazione «anti-» o «pro-».

Chiarito questo, resta da chiedersi quale possa essere la ragione “tattica” di questa manovra. I residui “riformisti”, eredi della visione renziana, nel Partito Democratico sono appena sopportati nella compagine della dirigenza ed è probabilmente nelle corde dei teorici della sinistra massimalista la predisposizione al loro allontanamento.

Per quanto alcuni (es. Christian Rocca in un interessante articolo pubblicato il 10 marzo su “l’Inkiesta”) possano spingersi a considerare l’eventuale segreteria Letta come argine al “bi-populismo”, in una lettura più aggressiva essa potrebbe, al contrario, rappresentare la chiave adeguata per la dissoluzione definitiva dell’anima riformista del Partito Democratico con la conseguenza di ricondurlo alla visione post-comunista della società.

La base militante anti-renziana (e, pertanto, anti-riformista; quella più vicina a Bettini) è l’unica che vede bene il posizionamento del Partito Democratico nella alleanza populista con il Movimento 5 Stelle.

Più difficile capire quale potrebbe essere il ruolo politico di Enrico Letta, espressione, per retaggio e cultura, dell’establishment.

Ovvero vestirà il camice bianco del restauratore o la tuta blu del demolitore? Vedremo.