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Ricorrono in questo periodo molti anniversari importanti.
Il primo volo orbitale di Gagarin, il primo e l’ultimo lancio dello Space Shuttle, separati da trent’anni giusti di difficile, perfino tragico, ma comunque esaltante e proficuo, svolgimento del progetto, l’anno prossimo sarà la volta dell’ultima presenza umana sul suolo lunare, …
Non solo imprese legate all’esplorazione dello spazio, anche se queste restano molto presenti nell’immaginario popolare. Potrei citare progetti colossali come la mappatura del genoma umano che ha impegnato oltre dieci anni, lo sviluppo dei vaccini anti-Covid, la ricerca del bosone di Higgs, la misurazione delle onde gravitazionali, ma perfino l’unità d’Italia, giusto 160 anni fa, mirabile realizzazione del visionario Cavour …

Sono imprese che scaturiscono da progetti, progetti lunghi, difficili, complessi, rischiosi, costosi, a volte non privi di risvolti tragici, ma che comunque testimoniano quella spiccata capacità umana che è prefiggersi obbiettivi, spesso apparentemente folli o irraggiungibili, e lavorare per raggiungerli, malgrado tutto.
Chiunque di noi può portare esempi, in tutte le branchie della creatività umana; spesso ne siamo o ne siamo stati anche protagonisti diretti (la realizzazione di un’automobile, o di un manufatto, un palazzo, un ponte, o la realizzazione di una nuova attività industriale o commerciale, sempre progetti sono …).
La caratteristica comune è quella di immaginare un obbiettivo, e “progettare” come arrivarci: ovvero programmare le tappe intermedie, le verifiche, le prove, le prime realizzazioni, e poi lo sviluppo, affrontare i problemi imprevisti, i fallimenti, le correzioni in corsa, infine il gusto del successo, se arriva, quando il progetto “realizzato” (reso reale) ha dispiegato tutte le sue potenzialità e manifestato tutti i suoi effetti.

È una sensazione esaltante, è la quintessenza dell’umanesimo.
“Homo sapiens sapiens”, “homo faber” (al netto di ogni distinzione di genere …).

Fa anche pasticci, l’essere umano; a volte sbaglia di grosso, si incasina, perde il senso della misura, o meglio il senso della relazione con ciò che lo circonda, illudendosi di essere l’unico protagonista, autosufficiente ed onnipotente. Spesso esalta il suo “ego” a scapito di quello degli altri, che per definizione sarebbe almeno altrettanto importante, e commette atti di crudeltà indicibile o di stupidità infinita.
C’è da dire che poi si ravvede (quasi sempre), cerca di porre rimedio, di trarre un frutto positivo anche dagli sbagli. Perché il gusto di immaginare il futuro e lavorare per costruirlo è insopprimibile ed insostituibile, per fortuna.

Guai se le nuove generazioni arrivassero a pensare che non ne valga la pena, che è inutile sforzarsi, che qualcun altro deve pensare per te, che alla fine fare o non fare non fa differenza …
Chi ha costruito le piramidi 4.000 anni fa, o chi ha mandato una specie di SUV automatico su Marte il mese scorso, ha prima voluto e poi dovuto affrontare problemi immani, di ogni genere, e li ha pure risolti, visto che a Giza ci si va ancora in visita (virus e Al-Sisi  permettendo) e che da Marte arrivano ogni giorno splendide foto in alta definizione, oltre che tutti i dati previsti.

Parrebbe che nulla sia impossibile, se affrontato con i mezzi e lo spirito giusti: a volte è solo questione di tempo, di far maturare le condizioni, ma un mondo così complesso non starebbe in piedi se tanti esseri umani non passassero tutti i santi giorni a sbattersi per arrivare da qualche parte.

Anche in politica, forse soprattutto in politica, non bisognerebbe mai perdere il gusto del progetto: la politica richiede un continuo adattamento alle condizioni che mutano, richiede una continua ricerca delle soluzioni migliori, o più adatte al momento, per il bene della comunità (o dell’individuo, direbbe la destra …).
Come sia sia, non ci si dovrebbe mai rifugiare nella riproposizione di modelli conosciuti e sperimentati, anche se ciò potrebbe sembrare più confortevole: il continuo evolversi della storia non permette di rimanere fermi a difesa dell’esistente.

Quanto sopra parrebbe un pistolotto un po’ banale, se non fosse che l’esperienza quotidiana ci insegna che solo chi riesce ad immaginare meglio il futuro, e progettare in funzione di esso, ha maggiori possibilità di eccellere, risultando utile a se stesso ed agli altri.

Cos’altro è il Recovery Plan se non un gigantesco progetto di ricostruzione del Paese? Anzi, un insieme di decine di progetti, ognuno molto complesso ed articolato, nei più svariati settori?
Non serviranno forse scelte severe, tempistiche certe, momenti di verifica, correzioni, controllo rigoroso dell’esecuzione?
Se qualcuno, poveretto, si preoccupa solo di avere i soldi a disposizione, pensando di procedere poi alla distribuzione con i metodi “fantasiosi” che ben conosciamo, non ha fatto i conti né con la personalità di Draghi né con le strutture comunitarie.
Avremo gli occhi di tutta Europa puntati addosso, e alcuni non saranno proprio sguardi amichevoli.
Sarà meglio fare del nostro meglio …

Oserei sperare che la gestione dei progetti venisse affidata a forze fresche, a persone abituate a gestire la complessità, e non a scafati funzionari e dirigenti di partito, rotti a qualsiasi temperie.
Rischioso? Io credo che dovremmo mobilitare le migliori forze presenti nel Paese ed inoltre richiamare in patria le decine, centinaia, di cervelli che si stanno facendo onore in giro per il mondo nei campi più disparati; dovremmo pagarli il giusto e lasciarli lavorare con la briglia lunga, con la sola supervisione politica.
Senza una ventata di energia nuova questo Paese affogherà nella consuetudine, nella mediocrità, nel consociativismo, nel solito squallido sottogoverno.
Impegnare le giovani generazioni in progetti ambiziosi e sfidanti è il modo migliore per generare entusiasmo e far crescere il livello delle prestazioni. Tutti ci dicono, ma lo sappiamo bene anche da soli, che le strutture pubbliche sono molto poco capaci di gestire l’esecuzione dei progetti, eppure il mondo è pieno di italiani che dimostrano tutti i giorni il contrario.

Quale Partito oserà farsi carico di una impostazione del genere?
Quale classe dirigente avrà l’umiltà di dare spazio ai migliori talenti?
Quale gruppo di potere avrà la lungimiranza di guardare più avanti?
L’italico ”homo sapiens sapiens”, l’”homo faber” del terzo millennio, si dimostrerà degno del suo nome?

Il Quaderno di ET