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I libri di Barack Obama sono sempre una fonte di riflessioni utili oltre che di informazioni interessanti. Nella sua ultima opera “Una terra promessa”, Obama riflette sul fatto che una società democratica non può sopravvivere senza la fiducia.

La fiducia è indispensabile per “tenere in vita il patto sociale”

Una società complessa come la nostra, dove le istituzioni svolgono un ruolo crescente a garanzia del funzionamento dell’economia, del benessere e della cultura individuali, non può sopravvivere se alla base delle nostre relazioni non c’è la convinzione secondo cui (in fondo in fondo!) siamo tutti “uniti, se non proprio come una famiglia, almeno come una comunità in cui ciascun membro è importante e messo in condizione di avanzare richieste alla collettività”.

A conclusione del suo ragionamento, Obama individua poi nell’adesione a una “storia che non alimenta la fiducia, ma il risentimento” la ragione per cui il Partito Repubblicano americano ha registrato un’involuzione profonda negli ultimi decenni, fino a legarsi mani e piedi a un personaggio come Donald Trump (che, va sottolineato, non era tradizionalmente un Repubblicano).

La via italiana alla decadenza

Questa riflessione non manca di suscitarne altre riferite alla nostra provinciale realtà italiana. L’Italia è un paese che ha da tempo rinunciato a valorizzare la fiducia e in cui da decenni intere classi dirigenti ispirano la loro azione a due sentimenti infinitamente più facili da gestire: il cinismo e il risentimento, purtroppo in questo seguite dai normali cittadini che prediligono questi filtri nella lettura della realtà.

Fomentare il risentimento è da anni lo sport preferito dei media, di destra e di sinistra, e sul risentimento (e il disprezzo degli avversari) si è basata la formazione di gran parte della classe dirigente dal 2018 alla guida del paese (i 5 stelle) e comunque maggioritaria nel paese (populisti e sovranisti sono indiscutibilmente maggioritari).

A livello politico i campioni del risentimento sono ovviamente i populisti, i 5 stelle e la Lega in primis, per cui è sempre più importante trovare dei colpevoli piuttosto che individuare delle soluzioni. E le soluzioni non si trovano non solo per incompetenza, ma anche per calcolo, giacché la rabbia derivante dall’assenza di soluzioni è un potente strumento di controllo delle masse.

Peraltro, il risentimento (nella forma rafforzata della rabbia) è un approccio che tradizionalmente alberga anche in realtà politiche più strutturate e antiche. Che cos’era la lotta di classe comunista se non un’espressione (spesso giustificata) di un risentimento sociale?

All’altro lato dello spettro, vive e vegeta il cinismo (che purtroppo affligge anche gran parte della popolazione). In politica, i campioni del cinismo sono partiti più tradizionali, come il PD e la sinistra governista, ma non solo.

Detto in parole semplici, i cinici accettano senza nessuna esitazione di continuare a vivere in due realtà parallele: quella della pratica di governo (in cui, lontani dagli occhi dell’opinione pubblica, si compiono scelte politiche dettate dalla realtà) e quella opposta del dibattito pubblico, in cui si continuano a difendere analisi insostenibili (un certo ambientalismo ideologico e inconcludente, la lotta di classe contro i ricchi e le imprese, un femminismo di maniera che non approda mai a nulla, la spesa pubblica senza limiti, ma anche l’odio per gli stranieri e i diversi), perché questo è il “dibattito che la gente vuole sentire”.

La situazione non migliora con il tempo e l’esperienza: come stiamo osservando, una volta al potere, i “barbari” fautori del risentimento sembrano evolvere inevitabilmente verso una cinica romanizzazione e continuano a parlare il linguaggio della demagogia. Forse perché, la fiducia una volta distrutta è quasi impossibile da ricostruire.

Una lodevole eccezione

In questo quadro desolante, Italia Viva  sembra essere al momento l’unica forza politica significativa che, sfidando lo scetticismo e l’irrisione generali, sceglie la difficile strada della fiducia. Lo fa nelle sue scelte politiche, parlando un linguaggio pragmatico e quindi di verità sui tanti temi della giustizia (non giustizialista), dell’ambientalismo (non ideologico), delle grandi opere, delle donne in tutte le posizioni apicali, degli investimenti, delle riforme fiscali ragionate, dell’accoglienza organizzata e sostenibile.

Ma l’ha fatto anche nell’appena conclusa (e ampiamente — guarda un po’! — incompresa) crisi di governo. Per settimane, siamo stati gli unici a lavorare sfidando le facili dietrologie e facendo leva sulla fiducia – nel dialogo con gli avversari, nelle istituzioni, nel confronto democratico, nella scienza, nel futuro – per sciogliere dei nodi politici in modo democratico e alla luce del sole.

Cosa c’è di più chiaro e trasparente di un dibattito in Parlamento? E cosa di più cinico e deleterio per la fiducia del mettere in scena operazioni come quella del “mercato dei responsabili”?

La svolta c’è, ora dobbiamo sfruttarla

Tutto questo per dire che fondare la propria azione sulla fiducia è per l’Italia una rivoluzione culturale prima ancora che politica. E’ però un lavoro necessario, perché come nota Obama, la sconfitta della fiducia è una sconfitta collettiva che annienta il senso di vivere assieme in democrazia.

Per questo, le campagne di irrisione e odio contro Renzi, Boschi o Bellanova non ci stupiscono. Non si invertono tendenze decennali senza suscitare le reazioni violente di quanti traggono il proprio sostentamento o potere dai paradigmi esistenti.

D’altro canto, l’avvento di Mario Draghi alla guida del Paese, con il suo bagaglio di credibilità e competenza, ci offre un importante alleato (contro cui si stanno già affilando le armi del cinismo, #sapevatelo). Da parte nostra, noi sappiamo che non ci sono alternative e che la posta in gioco è più grande dei nostri successi nei sondaggi o nei talk show. Teniamo duro, il tempo ci darà ragione.