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Sono virologi, infettivologi, epidemiologi, immunologi . Una grande insalatiera di professionalità mediche che per comodità chiameremo scienziati, con il tratto comune di somministrare verità, soprattutto in televisione.

Da questa ormai quotidiana frequentazione con loro e con i loro: vedremo, ancora non sappiamo, dobbiamo aspettare, forse e speriamo… appare finalmente chiaro che la medicina non è una scienza ma piuttosto una pratica, direi quasi disperata, per dare un senso all’infinità di reazioni diverse che il medesimo evento può provocare in ogni singolo individuo. Per paradosso siamo 8 miliardi sul pianeta, otto miliardi di risposte diverse allo stesso evento. Dunque nessuno di loro può somministrare verità assolute. Infatti somministrano statistiche. Se ti cola il naso, statisticamente all’ x% è un raffreddore, y% un’allergia, fino a scenari via via più cupi se non ti passa da solo. Si procede dunque per statistiche e tentativi sia diagnostici che di cura, sempre confidando  nel principio attribuito a Ippocrate della vis medicatrix naturae  secondo cui gli organismi contengono “poteri innati di auto-guarigione”.

La chirurgia fa la differenza e può significativamente allungarti o migliorati la vita, la farmacologia ha fatto passi da gigante così come la diagnostica per immagini e per altri strumenti, ma francamente la medicina avanza a piccoli passi. Senza che i tutori di questa pratica abbiano l’onestà di ammetterlo.

Pensiamo al cervello: il nostro principale organo, l’hardware più complesso e perfetto che esista in natura. La moderna psichiatria non ci dice molto di più di quella ottocentesca che individuava in 3 o 4 disturbi, le malattie mentali.  E’ obiettivamente impossibile che tale complessità abbia un così ridotto numero di malfunzionamenti. Stesso discorso per il sistema immunitario: la sua conoscenza è relativamente accessibile negli studi teorici, un terno al lotto capirlo nella clinica, anche per il massimo esperto mondiale.

Poi ci sono i medici con l’orgoglio di casta, non abituati a mettersi in discussione anche davanti all’evidenza. La tv ne è piena ultimamente. Questi possono essere addirittura pericolosi.  Penso sempre al povero Fausto Coppi che tornò da un safari in Africa con 40 di febbre. Ora, non per dire, ma anche a un impiegato del catasto sarebbe venuto in mente che se uno torna con la febbre alta dall’Africa forse è malaria? Non c’è bisogno del potente intuito di un clinico fuoriclasse. Eppure, per una serie di disguidi, gli fu diagnosticata un’influenza asiatica e questo nonostante i medici francesi, che avevano in cura un compagno di safari con gli stessi sintomi, avvertirono i colleghi italiani che il loro paziente aveva la malaria e che con ogni probabilità anche Coppi l’aveva contratta.  Errare è umano, perseverare diabolico. A questi medici francesi fu risposto di non intromettersi e di occuparsi dei fatti loro. Il francese guarì mentre Fausto Coppi morì di malaria a 40 anni.

Tutto questo per dire ai nostri virologi e scienziati: massimo rispetto per i vostri studi e la vostra esperienza, ma perché insistere con previsioni catastrofiche sulle quarte e quinte ondate quando sapete benissimo che le vostre teorie contro qualsiasi tipo di riapertura non sono compatibili con un regime democratico? Forse andavano bene nella primissima fase della pandemia, ora non sono più sostenibili, anche perché abbiamo visto che chiusure dure, morbide, lunghe, corte, gialle rosse o arancioni non hanno significativamente piegato la curva dei morti o dei contagi. Probabilmente non sono così efficaci. Qualsiasi teoria può essere falsificata, questo è il pilastro metodologico della scienza.

Monumento a Fausto Coppi