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Improvvisamente il PD di Enrico Letta scopre l’impellente necessità di dimostrare di essere “di sinistra”.

Come se la compresenza nella stessa maggioranza con Matteo Salvini rendesse obbligatorio prenderne le distanze, sempre, immediatamente, a tutti i costi. Casomai qualcuno si confondesse …
Come se questa occorrenza (il governo di unità nazionale) fosse un peccato da farsi perdonare agli occhi di un ipotetico, mitico e fluttuante elettorato “di sinistra”, elettorato che a suo tempo non esitò a votare cinquestelle, e solo perché questi sbraitavano contro “la casta” (una sola, mica le tante caste italiane …) e mandavano tutti affanculo; cosa che, si sa, è profondamente e storicamente connaturata al pensiero ed alla cultura “di sinistra”, da Gramsci in poi …

Ecco quindi che si innalzano le bandiere delle proposte identitarie (peraltro tutte rispettabilissime): “ius soli”, voto ai sedicenni, ddl Zan, …
Salvini spara la “flat tax”, il PD la tassa di successione. Botta e risposta. Non vorrei che tra poco tornasse anche la famosissima ed “efficacissima” tassa sugli yatch …

Scusate, la prendo alla leggera, ma in realtà c’è poco da sorridere.
Questa infantile gara a chi la spara più grossa è assolutamente fuori luogo e pure controproducente.
Infatti, si finisce per mettere sullo stesso piano proposte palesemente assurde e pure incostituzionali come la “flat tax” con materie serissime, come la tassazione dei patrimoni ereditari, materia su cui tutto il mondo si interroga da sempre e che peraltro è già presente nell’ordinamento italiano.

Una forza veramente “di sinistra”, responsabile e costruttiva, non dovrebbe mai perdere di vista il quadro complessivo della situazione, la sua logica, le condizioni storiche.
Agitare bandiere serve a poco, se non si ha la forza di piantarle.

Con la lucidità e la nettezza che lo contraddistinguono, Mario Draghi ha subito fatto rilevare come le riforme “spot” in materia fiscale sono sempre state deleterie e sono la prima causa di un sistema fiscale iniquo, costoso, facile da evadere, complicatissimo da gestire.
Oggi abbiamo l’opportunità, anzi l’obbligo, di procedere a riforme complessive, tra cui la ricostruzione di un fisco tutto nuovo, adeguato al XXI secolo. Dobbiamo farlo in fretta e bene, senza farci fuorviare da obbiettivi parziali e distorsivi.

La tassa di successione è una tassa sacrosanta; esiste dovunque e da sempre, è redistributiva, può essere resa equa, ma che senso ha buttarla lì, proprio nel momento in cui si sta finalmente preparando quella completa riprogettazione di tutto il sistema?
A che serve, se non a lanciare un ballon d’essai esclusivamente mediatico?
Serve per sentirsi ricordare dal Capo del Governo che non è il momento per gli ennesimi interventi spot?
Non è meglio impegnarsi a fondo nel lavoro di predisposizione degli strumenti necessari al cambiamento?

C’è una Commissione parlamentare, presieduta da Luigi Marattin (Italia Viva), che entro giugno presenterà il documento finale di un lungo lavoro di impostazione. Quella è la sede giusta.
Oppure Letta è preoccupato che a presiedere la Commissione ci sia un pericoloso renziano?
Ma è questa la politica di cui abbiamo bisogno?

Questa incapacità del PD di fare quello che dovrebbe, ovvero costituire l’anima razionale e riformista del governo di unità nazionale, mette tutto il centrosinistra in difficoltà, perché fare le riforme, in primis quella del fisco, sarà difficilissimo e solo l’autorità di Draghi potrà scardinare le resistenze che sicuramente di leveranno da ogni parte.
Cominciare da ora a mettere paletti estemporanei è il modo peggiore per promuovere il processo.

Ma tant’è: il PD è in cerca di un’immagine, di una strategia, di un senso, stretto tra chi continua a vedere Conte come il punto di riferimento del progressismo europeo, chi arruola le sardine, chi è nostalgico del PCI, chi vorrebbe guidare un fronte riformista serio e costruttivo; insomma un calderone che richiederebbe una guida salda, forte, molto decisa e carismatica.
Servirebbero quelle “palle d’acciaio” che il Segretario, allora Premier, si attribuì nel corso della breve ed inconcludente esperienza di governo nel 2013.
Ma quand’anche le avesse, è comunque sempre più difficile tenere insieme le tante, troppe anime del PD, che pare proprio non abbiano alcuna voglia di stare insieme.

Forse è vicino il momento per una ristrutturazione non solo del fisco ma anche del centrosinistra: urge mettere insieme i riformisti veri, pragmatici e coraggiosi, che per prima cosa devono sforzarsi di trovare il modo di tenere Draghi al Governo fino alla fine del PNRR, ovvero il 2026, altro che Quirinale nel 2022 …
Chi vuole continuare a preferire gli aspetti identitari, le battaglie ideali, le chimere novecentesche, si assume una responsabilità molto grande.

Il nostro Paese ha l’opportunità di fare un gigantesco salto di qualità; e rischia di fare un misero salto della quaglia.
Di questo sapremo eventualmente chi ringraziare …