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L’effetto Draghi cambierà la politica. Mai frase fatta fu tanto realistica. Si perché sono bastate poche settimane dall’insediamento del Governo per far saltare i fragilissimi equilibri italiani. E’ saltato il sovranismo, che ha perso la sua ragion d’essere, allorquando il rigorismo europeo è finito, con la messa in mora del Patto di Stabilità. E’ saltata l’idea di una sinistra che si univa sempre e solo contro qualcosa o qualcuno, perché se con questi qualcuno e qualcosa siedi nel Consiglio dei Ministri ti viene complicato sostenere la loro impresentabilità, e nascondersi dietro un vuoto richiamo ai principi costituzionali ed europeisti, senza riempirli di contenuti riformisti, non basta più.

Altro che commissariamento, l’avvento dell’ex Presidente della BCE sta regalando alla politica un tempo supplementare per ridefinirsi, nei suoi perimetri e nella sua offerta.

A destra sarà inevitabile una correzione di rotta, anche da parte di coloro che la fiducia al Governo non hanno concesso come FdI, figuriamoci per chi al Governo è entrato come la Lega, e lo ha fatto con tanto di squilli di tromba. Lo stesso varrà a sinistra, anzi, se a destra la strambata sarà morbida, per l’alleanza Pd-M5S-LEU, la barca sbanda e la scuffia è dietro l’angolo.
Il Movimento Cinque Stelle è morto per come lo conoscevamo e per come esso stesso si identificava: abolito il “vaffa”, si tenterà di accreditarsi come nuovo contenitore del centrosinistra, a discapito di un Pd senza timoniere. La guida affidata a Conte permetterà loro un lifting in tal senso, ovviamente tutto chiacchiere e distintivo, in pieno stile Casalino, ma l’egemonia culturale sul centrosinistra al grido di tasse e manette è nei fatti.

Sul Pd è inutile infierire: un partito senza idee ne progetti, unito solo da quel che resta del potere locale, beneficiato dallo stare al Governo nazionale senza mai aver vinto un’elezione, ad esclusione delle europee del 41%, è destinato alla subalternità, prima politica, poi numerica, qualsiasi sarà il segretario, rispetto al nuovo-vecchio M5S, pensato da Grillo sin dalla nascita proprio per svuotare i dem.

Poi ci sarebbe la variegata gamma di forze che va da Forza Italia ad Italia Viva, passando per l’Udc, Cambiamo, Azione e Più Europa, le quali sembrano limitarsi all’osservazione delle altrui sventure, senza lo sforzo di costruire un’area che vada oltre le sigle esistenti, inadeguate per come sono ora a rispondere alla domanda di riformismo che da Draghi arriva. Certamente Matteo Renzi è il padre di questo Governo, ma il solo compiacimento per l’indubbio capolavoro compiuto, senza dare sostanza alla tattica con un solido progetto politico, incentrato su un nuovo soggetto riformatore, centrale e non centrista, realmente alleabile e non rivolto solo agli ex Pd in crisi, sarà l’ennesima occasione persa per l’Italia.

Per quanto ci compete, questo sforzo non può essere caricato, ancora una volta, sulle sole spalle di Renzi, toccherebbe a chi nel progetto crede, farsene carico in prima persona, a partire dai territori. Italia Viva, se vuole avere un ruolo nel processo in atto, deve rompere il cordone ombelicale col Partito Democratico, non solo in Parlamento ma soprattutto a livello locale, la vera fonte da cui le correnti democratiche traggono il loro soverchiante potere, fatto di consenso e clientele.
Il Pd che Renzi aveva immaginato non esiste più, ammesso che si sia davvero mai trasferito sui territori, e non tornerà più, qualsiasi sarà il suo nuovo segretario. Proprio l’esperienza di Renzi dimostra come quel partito sia irriformabile, perché è la sua anima ad esserlo. Prima dentro IV si avrà consapevolezza di questo, abbandonando residuali nostalgismi, arrivando a considerare il Pd un interlocutore non privilegiato, ma al pari di tutti coloro che al Governo Draghi stanno partecipando, prima saremo capaci di essere protagonisti della fase che ridisegnerà la geografia politica italiana.