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Possiamo dircelo fuori dai denti? Possiamo provare a analizzare le azioni del governo Conte 2 in merito alla gestione dell’epidemia da Coronavirus che, da oltre un anno, sta inginocchiando il Paese? Perché, se davvero potessimo essere franchi e schietti, non dovremmo tacere alcuni fatti che hanno trasformato il dramma in tragedia.

La gestione italiana dell’epidemia da CoViD-19 è stata un disastro! Lo dicono gli osservatori internazionali; lo dicono le statistiche (sanitarie ed economiche); lo dicono i cittadini stremati da svariati mesi di inattività produttiva e da un numero di contagi e di decessi inaccettabili per un Paese come l’Italia che ha ostentato il proprio Sistema Sanitario come l’eccellenza nel mondo.

Se provassimo a guardare l’inizio e lo sviluppo dell’epidemia nel nostro Paese (al netto delle iniziali interpretazioni di molti scienziati e medici, quando ancora pochissimo era dato di conoscere) ci accorgeremmo immediatamente che l’insieme di quegli interventi che sarebbero stati utili a circoscrivere gli iniziali cluster sono stati – tutti e sistematicamente – ignorati in modo deliberato e (viene da pensare) probabilmente anche consapevole.

Luca Ricolfi ha recentemente pubblicato una interessante analisi dell’epidemia CoViD-19 (La notte delle Ninfee) nella quale non fa sconti a nessuno e nella quale ha evidenziato gli errori compiuti dal governo Conte 2 (e dall’insieme dei politici) soprattutto a causa del perpetuarsi di uno schema gestionale errato tanto nella ideazione quanto nello sviluppo.

L’Italia, o meglio, il governo italiano si è mosso nella gestione dell’epidemia secondo uno schema a “step” progressivi, del tutto irragionevole e pericoloso, procedendo in senso incrementale: aumento del potere cui è seguita una fase di attesa e di rassicurazione poi sostituita dal terrorismo mediatico che ha giustificato la chiusura di tutte le attività economiche “pericolose” per riaprirle al momento del presunto cessato pericolo. E – cosa ben più grave e allucinante – lo stesso schema è stato sostanzialmente mantenuto nella gestione delle fasi successive nonostante il percorso a “step” sia sostanzialmente inutilizzabile e rischioso nel momento in cui si cerchi di affrontare un evento in progressivo divenire del quale non è possibile conoscere né prevedere la velocità o la portata dello sviluppo.

Perché tale schema è fallimentare l’analisi elaborata da Ricolfi lo spiega in moltissime pagine e in tantissimi esempi, tutti suffragati da una robusta conoscenza e da un competente impiego della statistica (è il suo mestiere). In estrema sintesi, possiamo dire che il governo italiano si è accontentato di inseguire l’evoluzione dei contagi senza mai fare nulla per anticiparla e controllarla. E questa sensazione ce l’abbiamo avuta (e ce l’abbiamo) praticamente tutti.

Giuseppe Conte e la sua schiera di ministri e consiglieri si sono sostanzialmente appiattiti sull’idea di non deludere nessuno, in particolare gli elettori, accontentandosi di chiudere la stalla dopo la fuga dei buoi pur di non compromettere il personale livello di gradimento nei sondaggi. Non per nulla, nonostante i disastri causati alla salute pubblica e all’economia del Paese, ci sono ancora tanti che ne rimpiangono la presenza a Palazzo Chigi.

Gli errori eclatanti commessi dal secondo governo Conte sono sostanzialmente l’avere adottato le misure meno popolari (la chiusura) troppo tardi rispetto alla evoluzione dei contagi e non avere accentrato la politica sanitaria rendendo competente esclusivamente (anche se temporaneamente) il Ministero della Salute, evitando in tal modo ritardi o anticipazioni di alcune regioni su altre o, ancora peggio, distorsioni interpretative.

Il comportamento di Giuseppe Conte è stato squisitamente “populista”, giacché ogni intervento che potesse anche solo minimamente essere male interpretato o che fosse “impopolare” è stato, fin dall’inizio, accuratamente evitato: le chiusure, le limitazioni agli assembramenti, il distanziamento sociale avrebbero dovuto essere adottate immediatamente ai primi avvisi del dilagare dei contagi a Codogno con interventi di circoscrizione “mirati”, delle cinture sanitarie (quelle vere, non quelle figurate suggerite nei confronti di alcuni politici) per isolare i cluster rendendo assolutamente impermeabili, in entrata e in uscita, le regioni e potendo, al massimo, derogare sulla mobilità “locale”.

L’altro versante della cattiva gestione dell’epidemia (l’abbiamo detto e scritto innumerevoli volte) è stata la mancanza di coraggio nell’avocare il controllo della salute pubblica, centralizzandolo nelle mani del Ministero, seppur in modo temporaneo, in occasione dell’emergenza.

Senza contare poi – ne dà ampia descrizione Pino Aprile nel suo “Il male del Nord” – che il controllo della diffusione dei contagi avrebbe potuto essere molto rapido se i Presidenti delle Regioni d’oltre Po avessero avuto l’umiltà di comprendere che tale diffusione interessasse principalmente (almeno in linea temporale) proprio quei territori: se fosse iniziata da subito e possibilmente sotto il controllo ministeriale una energica azione di circoscrizione dei pochi comuni del “triangolo industriale” e si fossero evitate le fughe di notizie che hanno poi determinato un vero e proprio esodo da Nord verso Sud di migliaia di soggetti contagiati, con ogni probabilità avremmo evitato il dilagare del contagio al resto del Paese.

A tutto questo non può non aggiungersi il sostanziale fallimento della visione della politica sanitaria organizzata su base regionale che ha visto profonde differenze – una volta diffusasi il contagio – nell’affrontare i casi e che, una volta tanto, ha visto le regioni meridionali, nelle quali la sanità privata non è mai del tutto entrata in vera competizione con quella pubblica, primeggiare rispetto alla tanto celebrata eccellenza settentrionale.

La mancanza della centralità della gestione sanitaria si è inevitabilmente riverberata sulle scelte delle singole regioni: quasi nessuno ha previsto la delocalizzazione, la separazione fisica dei casi di CoViD-19 in ospedali dedicati e, soprattutto nella prima fase, si è assistito alla commistione di casi CoViD e non-CoViD negli stessi ospedali, con migliaia di casi di patologie diverse dal CoViD che hanno subìto ritardi anche importanti di screening e follow-up.

Tutto questo, poi, è stato coniugato con una delle peggiori gestioni dell’economia nazionale che ha fatto precipitare il nostro Prodotto Interno Lordo (ovvero la produttività del Paese) agli ultimi posti della classifica mondiale. Insomma: un disastro! Ed è inspiegabile come, nonostante tutto ciò, qualcuno ancora intraveda in Giuseppe Conte un leader illuminato tanto da farne oggetto di futuristiche alleanze elettorali.

Fortunatamente da qualche settimana il vento sembra essere cambiato: con il Presidente Draghi stiamo assistendo a un serio riordino della gestione della sanità pubblica, almeno in emergenza. L’avere indicato un’unica modalità di gestione della campagna vaccinale (per esempio) o l’imposizione del vaccino per gli operatori sanitari dimostra la visione dell’emergenza libera dalla zavorra del populismo e della ricerca del consenso a tutti i costi.

Un ultimo inciso sul M.E.S. sanitario che è stato punto di rottura con il precedente governo: il presidente Draghi non ha escluso l’utilizzo dello strumento, ma ha anteposto alla richiesta un piano sanitario organico per poterlo utilizzare in modo serio e efficiente. Che senso avrebbe, infatti, richiedere dei finanziamenti non sapendo o non avendo chiaro come utilizzarli?

Ritardi nelle chiusure, crollo del PIL, elevatissimo tributo di vite (giusto per dire gli elementi principali) sono state il risultato della gestione dell’emergenza sanitaria a trazione populista che ha anteposto l’accettabilità degli interventi alla loro efficacia.

E il risultato è sotto gli occhi di tutti.

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