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In premessa, onde evitare querele per diffamazione, preciso che il titolo del presente articolo è una mera boutade. In realtà, al netto degli efficaci colpi di marketing e di immagine (l’anima e il cacciavite, il Pd “protezione civile”) e gli inevitabili ritualismi (ripartire dai territori e dalla base, lavoratori, giovani, donne…) c’è stato ben poco di chiaro, e quindi di etichettabile, nel discorso di Enrico Letta, né si poteva pretendere il contrario. 

Quel poco che si è capito, però, è che il Partito Democratico, all’ultima curva prima del burrone, ha saputo evitare (o momentaneamente accantonare) le folli proposte di epurazione che venivano dal vasto assortimento sconfittista del pensiero zingarettiano: lungi dall’indicare agli “infiltrati del renzismo” la porta d’uscita del Nazareno, Letta ha chiuso ogni spiraglio alle nostalgie contiane, ha chiarito che il Governo Draghi-Mattarella non è un Esecutivo subìto di malavoglia per le prave manovre di Matteo Renzi, men che meno il pericolo per la democrazia dei deliri travaglian-bonsantiani, ma un ecosistema pienamente compatibile con l’identità e la vocazione del Pd, ecosistema che casomai dovrebbe creare qualche disagio in altri. 

Se il Pd si scongela dal reducismo rancoroso e livoroso degli Emanuele Felice e dei suoi danti causa è una buona notizia per il premier e per l’Italia, anche se fastidiosa per gli interessi tattici di Italia Viva. Se siamo passati da “quella roba lì” a soggetto politico meritevole di dialogo e di confronto non è il caso di abbandonarsi a dubbi schizzinosi sulla sincerità. Perché noi stiamo sereni senza hashtag e non impicchiamo nessuno a una frase infelice.

Detto questo, non sono in alcun modo venute meno le ragioni che un anno e mezzo fa alla Leopolda ci indussero, con sofferenza, a separare i nostri destini da quelli della nostra antica casa: non basta un discorso sapiente per ripristinare la vocazione maggioritaria e la legalità statutaria, tanto meno per convincerci che il riformismo progressista e liberaldemocratico abbia piena cittadinanza nell’alveo del Partito Democratico. Temiamo che il neo-segretario avrà presto modo di convenirne.

Non è compito nostro, tuttavia salvare il soldato Letta. Italia Viva appoggerà con convinzione le proposte e le iniziative su ius soli e ius culturae (noi siamo quelli che avrebbero voluto la prova di forza in Parlamento su questi temi già nella scorsa legislatura, ma ci fu detto che eravamo improvvidi), che sono dirimenti anche per valutare la presunta evoluzione del Movimento Cinquestelle a trazione contiana. 

Ragionevolmente, se conosco Matteo Renzi e la classe dirigente di Italia Viva, faremo tutto quanto è nelle nostre possibilità per indicare o appoggiare alle prossime amministrative candidati ragionevoli e vincenti, indipendentemente dalle loro specifiche appartenenze. Qualche volta andremo d’accordo, qualche volta no; qualche volta ci azzeccheremo, qualche volta no. Ma senza guerre civili e infami liste di proscrizione, che non faremo e non accetteremo.

Gli auguri di buon lavoro inviati a Enrico il renziano dal nostro coordinatore Ettore Rosato sono opportuni e sinceri. E sono laici, vergini di servo encomio e di codardo oltraggio. Per parte mia mi permetto di suggerire al professor Letta, nuovo segretario del Pd, un pubblico encomio ai due coraggiosi che hanno votato contro la sua elezione. Un oppositore leale vale cento sostenitori infedeli.