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di Vincenzo Pino

Vi è tutto nella comunicazione delle dimissioni di Zingaretti, ad eccezione della politica.

Risentimento, delusione, ricerca del capro espiatorio tra le proprie fila, stavolta, ma nulla che accenni ad un minimo di riflessione politica.

E’ il “populismo bellezza”, la prevalenza moralistica dell’agire politico, fatto di poltrone, di bulimie correntizie, insomma tutto l’armamentario grillino trascinato di peso e mutuato nel linguaggio zingarettiano.

Un tentativo di depistare dalle proprie responsabilità sul più evidente fallimento strategico che si ricordi nella vicenda politica di questo dopoguerra.

Vale la pena ricordarne i passaggi da un anno e mezzo a questa parte.

L’alleanza strategica coi cinque stelle assunta a stella polare del Pd, senza che mai qualcuno l’abbia deciso formalmente.

Zingaretti, infatti, con la più grande disinvoltura , è passato dal “mai coi cinque stelle, io li ho battuti” a cinque stelle for ever con un salto della quaglia incredibile.

Dove Giuseppe Conte, già leader del governo gialloverde ed estensore dei decreti sicurezza, é diventato di colpo il “punto di riferimento forte dei progressisti in Italia”.

Dove ha consegnato una patente di europeismo ad una formazione, i cinque stelle, che diffidavano del Mes, risorse espressamente previste per il sistema sanitario e puntavano sul Recovery fund per farne oggetto di mancette a scopo di consenso.

Insomma una gestione fatta di miracoli a buon mercato corredata dal perdono ai cinquestelle per le passate calunnie al partito di Bibbiano. Un pontificato quello di Zingaretti. Altro che il noi al posto dell’io.

E che lo ha indotto a puntare tutto in questa direzione nell’ultima crisi di governo.

Mentre nei mesi precedenti aveva mugugnato sulla necessità di un cambio di passo e di un rilancio del governo Conte che non si sono mai verificati.

Al momento del dunque Zingaretti ha puntato tutta la posta sul governo Conte coi messaggi più disparati da #avanticon Conte, a “mai più con Renzi, avallando quell’indegno mercato di parlamentari messo su da Conte e Bettini nelle settimane passate.

“O Conte o elezioni anticipate”, minacciava per impaurire la truppa renziana mentre i più terrorizzati tra tutti erano i parlamentari del Pd e quelli pentastellati.

E la conclusione della crisi non è stata meno indecorosa per Zingaretti e sodali. Loro che “mai con Salvini” lo hanno accolto di buon grado perchè questo consentiva di sistemare lo scalpitante Orlando al governo, a proposito di equilibri di correnti.

Facendoci la figura di pepè sulla rappresentanza di genere rispetto alla altre forze politiche, suscitando la rivolta delle democratiche.

E di tutto questo ora si chiede il conto a Zingaretti all’interno del Pd.

Di averli lasciati sconfitti e senza una linea politica per affrontare la nuova fase di governo.

Con il consenso che rischia di evaporare a favore di Conte.

“E’ la politica bellezza”. E di questo deve rispondere un leader politico, invece di invadere la scena di recriminazioni e risentimenti personali.