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Un fatto troppo poco rilevato dai media è che la ricerca scientifica e la biotecnologia hanno fatto passi da gigante sull’onda della pandemia. Più di quanto ci si potesse aspettare solo un anno fa, sia per quanto riguarda i vaccini, ma anche per i farmaci spesso sottovalutati dall’informazione corrente.

Ma anche in campo economico e finanziario non si è stati fermi. Basti pensare al cambiamento di 180 gradi dell’Unione Europea, dalla prima dichiarazione della presidente della BCE, all’avvio del Recovery Plan e degli altri programmi pubblici di sostegno alle economie nazionali europee che hanno superato, nel giro di poche settimane, regolamenti e consuetudini radicate da anni e che sembravano essere immodificabili.

Anche la risposta monetaria e fiscale è stata all’altezza di quella scientifica e le due cose hanno diffuso nell’opinione pubblica l’idea che, prima di quanto previsto, il virus sarà sconfitto o quantomeno messo sotto controllo, senza dover essere costretti a contare milioni di morti nel mondo per un tempo indefinito, come sembrava essere nel periodo peggiore della diffusione pandemica.

Tuttavia dobbiamo avere ben presente che questi risultati hanno un costo enorme dal punto di vista del debito, immenso, accumulato in questi mesi per le ingentissime risorse spese andate soprattutto in sussidi e non in investimenti produttivi. Sarebbe stato impossibile fare altrimenti.

Paradossalmente, mano a mano che la pandemia cesserà, si affermerà in primo piano il tema dei deficit e il rischio peggiore è che le politiche espansive adottate nella fase acuta della crisi sanitaria, vengano interrotte come improvvisamente anziché prevedere, come nel caso delle terapie farmacologiche, un percorso “a scalare”. Ma verso cosa? Un semplice ritorno alla situazione quo ante?

Per rispondere a questa domanda occorrerà capire come si svilupperanno i rapporti tra Stati e mercati. Nuovi Stati e nuovi mercati? Vedremo.

La soluzione della crisi sanitaria potrebbe essere inversamente proporzionale ad una nuova crisi finanziaria determinata dal fatto che l’offerta di debito sarà molto superiore alla domanda, alla capacità, cioè, dei mercati di assorbire la grande mole di bond, sia dei debiti sovrani, sia di quelli societari, che è prevedibile li inonderanno alla ricerca delle risorse per sostenere i programmi di rilancio dell’economia.

Ne è immaginabile che le misure di quantitative easing messe in atto dalle banche centrali raggiungano una mole tale da soddisfare un bisogno finanziario così ingente, superiore di gran lunga a quello del 2009.

Sarà rivelatore osservare il comportamento degli USA, il cui deficit in tempi di pandemia ha raggiunto livelli mai visti prima. Con un trend che la politica di Biden fa prevedere in continua ascesa, avendo il neo Presidente annunciato obbiettivi di investimenti in infrastrutture che si prevede possano arrivare ad oltre 3 miliardi di dollari entro i prossimi 9 mesi. Una risposta all’esigenza di superare le disuguaglianze acuitesi durante la pandemia, attraverso una politica fiscale espansiva.

E’ significativo, in questo senso, il dibattito in corso negli Usa sulla tendenza, sempre più esplicitata da Biden e dal suo entourage, sull’opportunità di rivedere, anche in via teorica, le politiche liberiste, iniziate nell’era Reagan e sostanzialmente ininterrotte, nonostante alcune mitigazioni di Obama, prolungando anche nel dopo Covid, in forme nuove, l’intervento dello Stato in economia. Un ritorno a Keynes e al “new deal” Rooseveltiano sull’onda lunga dei cambiamenti pandemici?

Un tema che pone difronte alla sinistra liberaldemocratica mondiale, visto il ruolo di battistrada degli Usa non solo in economia e finanza, molti motivi di riflessione anche politica.

Questo scenario presenta rischi significativi per i paesi fragili, come si è potuto constatare nel caso della crisi economica Turca, a malapena coperta agli occhi dell’opinione pubblica mondiale dalla stretta antidemocratica, una pseudo soluzione peggiore del problema.

Per contro la fragilità politica dell’Europa, emersa anche dai recenti episodi verificatisi nell’ambito degli incontri bilaterali in Russia e Turchia, limita le sue capacità di risposta, che potenzialmente sarebbero migliori di quelle Usa, paese debitore netto, potendo contare su una bilancia commerciale in attivo.

Questa fragilità politica potrebbe portare la BCE a sospendere, una volta usciti dalla pandemia, le misure straordinarie attivate per fronteggiare gli effetti economici della crisi sanitaria, determinando una caduta della domanda di bond a fronte di una crescita dell’offerta.

Se si verificasse questa condizione è facile prevedere che si innescherebbe una forte competizione tra Paesi, soprattutto i più deboli, che si contenderebbero, nel dopo Covid, le quote residue dei mercati finanziari per sostenere il proprio debito.

Perché ciò accada basta che la tendenza dei mercati sia lasciata libera di proseguire senza ulteriori interventi delle Banche Centrali, innescando un processo “naturale” di restringimento della base monetaria.

Assisteremmo, così, al paradosso che col superamento della pandemia le condizioni finanziarie diverrebbero più negative, mettendo a rischio il conseguimento degli obbiettivi positivi legati alla ripresa dell’economia.

Per evitare questo esito non si può prescindere dal lavorare per una Europa unita e più forte, le cui politiche non siano la risultante delle forze e delle debolezze dei singoli governi, spesso in competizione tra loro, come ad esempio sulle politiche fiscali.

Paradossalmente l’attuale modello di Unione è più vicino alle tesi della destra sovranista, quella dell’Europa delle patrie, cioè, alla fin fine, la camera di compensazione dei singoli governi rappresentata dal Consiglio, spesso in competizione con la Commissione, che in questa legislatura è sempre più espressione del Parlamento. Una competizione che, forse, ha porto la guancia allo schiaffo di Ankara.

Così come occorre accettare che sia aperta la riflessione sulla ricerca di un nuovo rapporto tra Stato e mercato, che come si accennava sta partendo da Biden e dal mondo democratico nord americano, non certo sospettabile di statalismo.

In mezzo a questo mare noi abbiamo una carta forte da giocare, per l’Italia, ma anche per l’Europa e il mondo. Si chiama Mario Draghi.