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Dal momento in cui Nicola Zingaretti ha rassegnato le dimissioni da segretario del Partito Democratico è stato un inseguirsi nei social-media e nei media mainstream di dichiarazioni e, soprattutto, della caccia ai responsabili per una decisione che – ci crediamo – dev’essere stata molto sofferta.

Nicola Zingaretti ha affidato, secondo il consolidato rito di Rocco Casalino, le proprie dimissioni prima che alla Presidente del Partito, a un post di Facebook e l’ha fatto con parole sferzanti, taglienti, in parte dolorose.

Nel breve comunicato, infatti, il segretario PD lamenta di essere rimasto colpito dal “rilancio di attacchi anche di chi in questi due anni ha condiviso tutte le scelte fondamentali che abbiamo compiuto”; e, ancora, denuncia che “il Pd non può rimanere fermo, impantanato per mesi a causa in una guerriglia quotidiana”.

Sono argomentazioni assolutamente condivisibili: la linea adottata nei congressi o dai vertici dovrebbe essere la stella polare di ogni formazione politica, al netto, certo, delle voci dissidenti che hanno il sacrosanto diritto democratico di votare contro le deliberazioni e le scelte della maggioranza ma che hanno, per contro, lo stesso sacrosanto dovere di attenersi alle decisioni di quella stessa maggioranza. È la democrazia, bellezza! È l’essenza stessa dei sistemi democratici a definirlo.

La medesima sorte di Zingaretti, l’essere contestato pubblicamente dalle minoranze dissidenti, del resto, è toccata a quasi tutti i segretari del Partito Democratico: chi può dimenticare gli attacchi che ha ricevuto Matteo Renzi nel corso delle sue due consecutive segreterie? Chi può dimenticare le voci di Michele Emiliano, di Francesco Boccia, di Pierluigi Bersani, di Roberto Speranza (per citare solo i più noti) pronti a contestare su pressoché tutti i mezzi di comunicazioni le deliberazioni dell’Assemblea?

Ma il problema non è quanto le minoranze dissidenti possano o meno contestare. Lo si dà per assodato che chi non condivida una scelta manifesti in modo contrario. Ciò che, invece, sarebbe più interessante comprendere è la premeditazione e, ancora di più, la durata della premeditazione dell’assassinio politico del Partito Democratico.

Chi è appassionato di Politica non può fare a meno di frequentare i social media: Facebook, Twitter, Instagram, i Blog sono la proiezione mediatica delle idee, il palcoscenico di chi ha qualcosa (purtroppo per alcuni “qualsiasi” cosa) da dire. Così, un po’ dappertutto, nei social la figura di Matteo Renzi è stigmatizzata come autore del declino del Partito Democratico.

Ne siamo sicuri? O, forse, (anche) in questa sede, dobbiamo ricordare che con la segreteria Renzi non solo il Partito Democratico è cresciuto a dismisura arrivando a superare il 40% dei consensi, ma che – ed è questo il dato più importante – ha iniziato a perseguire la reale missione del PD sancita all’atto della sua fondazione?

È necessario fare uno sforzo di memoria e, grazie alla potenza del web, anche uno sforzo di ricerca che ci consenta di ricostruire, di traccia in traccia, la fisionomia di un assassinio premeditato e rendere conto di chi possa essere stato fotografato con la pistola fumante sulla culla del neonato partito. Anzi, per essere più precisi, per cercare di ricostruire l’identità di coloro che hanno cercato di provocare l’aborto dell’embrione di un partito appena concepito.

Leggiamo queste parole: «Ci mettiamo un po’ di ambientalismo, perché va di moda. Poi siamo un po’ di sinistra ma come Blair perché è sufficientemente lontano. Poi siamo anche un po’ eredi della tradizione del Cattolicesimo democratico. Poi ci mettiamo un po’ di giustizialismo, che va di moda, e abbiamo fatto un nuovo partito. Lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno perché “Verdi” è duro, “Sinistra” suona male. Democratici siamo tutti ed è fatta. E chi può essere contro un prodotto così straordinariamente perfetto? C’è tutto dentro. Auguri. Però io non ci credo.»

Parole forti, vero? Sapete chi le ha pronunciate? Sono dichiarazioni del 13 marzo 1999 dell’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, intervenuto al congresso dei Verdi.

Il Partito Democratico è nato, fin dagli atti della Bolognina di Achille Occhetto, non come evoluzione del Partito Comunista, ormai caduto sotto gli inesorabili e definitivi colpi della storia, ma come “nuovo” soggetto dall’anima socialdemocratica e con lo sguardo rivolto al riformismo europeista.

Non comprendere questo passaggio, cercare di trattenere la crescita di tutti coloro che, a partire da Veltroni per finire a Renzi, hanno cercato lo sviluppo in quella direzione tracciata all’atto della fondazione, significa avere male interpretato la natura del Partito Democratico che, del resto – e qui ha ragione Zingaretti – non può sopravvivere in presenza di continue e dilanianti lotte di “corrente”.

L’obiettivo mancato del Partito Democratico è plasticamente e drammaticamente rappresentato proprio dalla presenza di quelle correnti interne che, fin dal momento della sua nascita, ne hanno decretato la fine: i “troppo comunisti per essere socialisti” e i “troppo democristiani per essere socialdemocratici” non si sono mai del tutto arresi alla constatazione che il loro tempo fosse ormai finito e hanno cercato con qualsiasi mezzo di trascinare troppo a sinistra o troppo al centro il progetto (meraviglioso) di una formazione politica che fosse in grado di rispondere con animo riformista alle sfide del terzo millennio!

Zingaretti è solo l’ultima vittima (forse l’ultima e basta) di un processo che dura da oltre vent’anni le cui cause vanno ricercate principalmente in una troppo poco efficace capacità di ricambio tanto generazionale e ideale quanto della propria classe dirigente che rischia di spegnere per sempre il riformismo italiano.