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Ma davvero il Partito Democratico è “qualificato” a indignarsi per le parole di Rocco Casalino? Davvero possono vantare, nel tempo, dichiarazioni di specchiata correttezza istituzionale, politica e – perché no? – anche personale?

No, perché indignarsi adesso per le parole di Rocco Casalino che, come una falce, miete senza fare distinzione i “cancri” del Partito Democratico, sembra strumentale e manicheo per non dire grottesco.

Perché? Perché il giorno della formazione dell’intergruppo parlamentare LeU-Pd-M5s, Stefano Vaccari, responsabile dell’organizzazione del Partito Democratico avrebbe apposto un like (poi rimosso) a un tweet di Luca Di Bartolomei. Nel tweet incriminato è scritto: L’intergruppo Pd/5s/Leu va nella direzione giusta. Federarsi deve essere il primo passo. Semplificare il quadro politico, costruire ponti e tornare fra le persone. La strada è lunga. E se dovessimo perdere qualche metastasi renziana, pazienza.

Luca Di Bartolomei non è uno qualunque degli odiatori della rete che si trovano nelle compagini delle tifoserie (coi quali ho avuto personalmente qualche scontro), ma è un giornalista e un attivista (qui una brevissima nota biografica), organico al Partito Democratico.

Così come, del resto, non è uno qualunque degli odiatori nemmeno Stefano Vaccari, visto che è il responsabile dell’organizzazione ed è (o è stato) tra le persone di fiducia di Nicola Zingaretti.

Va bene che le parole di Rocco Casalino hanno tagliato con “l’accetta” e non con lo “spelacchino”, ma non mi pare che il Partito Democratico abbia poi tanti motivi di indignazione visto che al proprio interno le correnti riformiste (renziane, ovviamente) sono considerate delle metastasi.

Che, poi, personalmente qualche dubbio che quella dell’ex portavoce dell’ex Presidente del Consiglio sia stato uno scivolone, francamente ce l’ho.

Casalino non è uno sciocco, né uno dei tanti che dice le cose tanto per dirle e, a mio avviso, l’indignazione che ha voluto suscitare è stata pianificata con lo scopo di favorire l’allontanamento dei gruppi progressisti e riformisti che ancora ci sono nel Partito Democratico.

Il Partito Democratico (l’abbiamo scritto numerose volte) nasce come sintesi instabile ci ciò che è rimasto della crollata Democrazia Cristiana con due correnti della sinistra che, per oltre un secolo, si sono sempre guardate in cagnesco: gli ex (post- o neo-) comunisti che non riconoscono ai riformisti la qualifica di sinistra e gli ex socialisti (in larga misura già riformisti) che suggeriscono agli ex (post- o neo-) comunisti di evolversi e di lasciare il comunismo alla storia (dove dovrebbe stare).

Insomma, tanta confusione e – di conseguenza – ormai poco o pochissimo consenso: gli ex- (post- o neo-) comunisti hanno fatto e continuano a fare la guerra ai riformisti, e viceversa con il risultato che l’elettorato di sinistra che, magari, non ha gli strumenti culturali per potersi permettere di archiviare il comunismo o il socialismo di inizio ‘900, tracima verso le sponde populiste del panorama politico.

Ovviamente non si possono incolpare gli elettori per le scelte compiute, ma si possono incolpare gli autori della confusione ingenerata: Veltroni e Renzi sono stati combattuti dal fuoco amico del ex (post- o neo-) comunisti, Letta (in quanto facilmente assimilabile alla DC) è stato combattuto dai riformisti e dai comunisti; Zingaretti è stato combattuto da tutti tranne che dai propri fedelissimi. Una babele incredibile!

Soluzioni? Poche, pochissime. Il Partito Democratico non ha speranze di sopravvivere fintanto che continua a essere tirato troppo a sinistra o troppo al centro e fintanto che non si comprende che il “soggetto politico” Partito Democratico non ha nulla a che vedere né coi comunisti (Sartori e il variegato branco di Sardine si mettano l’anima in pace), né con i democristiani (stavolta si metta l’anima in pace Letta).

Che, forse, a conti fatti, è anche meglio perché, magari, dopo questa eventuale scissione, ciò che resta, liberi dai residui dei comunisti, potrebbe dar vita a una aggregazione che sia di area moderata, riformista, a vocazione ampiamente maggioritaria in grado di assorbire anche parte dell’elettorato a cui non piace la destra estrema, parte del popolo di sinistra che non si riconosce nel neo-comunismo e praticamente tutto il centro.

Il risultato potrebbe essere la creazione di una formazione ampia di centro sinistra riformista in grado di superare da sola il 30% e oltre alle elezioni.

C’è da rifletterci.