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Riporto la risposta alla mia lettera aperta del 7 agosto:

Caro Trotta, hai ottime frecce nel tuo arco. Però consentimi di scoccare quella che per me è determinante: a che serve la sinistra, se non conserva il seme che l’ha generata, che è il seme del cambiamento? Nella parte della tua lunga lettera che ho dovuto tagliare (perché volevo pubblicarla), fai riferimento a una biografia politica che assomiglia molto alla mia. Il Pci di Berlinguer, la sinistra di massa e possibilmente di governo, il contrario del velleitarismo, dell’estremismo, delle “anime belle” che sanno sempre tutto e non combinano mai niente. Beh, non puoi non ricordati che una delle parole totem di quegli anni era proprio “cambiamento”. Spesso ripetuta a vanvera, senza sapere bene che cosa metterci dentro. E però detta perché dirla significava che quello, non altro, era il mestiere della sinistra: cambiare i rapporti di potere, la scala dei valori, la priorità dei bisogni. O addirittura cambiare il modo di produzione, che sarebbe la sola riforma davvero strutturale e difatti: nessuno ne parla più.
Draghi, con tutto questo, non c’entra. È un uomo dell’establishment migliore.  Un galantuomo, una persona capace, un liberale con sensibilità sociale, ma non è da lui che mi aspetterei qualche buona idea “di sinistra”, sempre che per sinistra si intenda quanto ho detto sopra. E parlo di quella di massa, non quella radicale. Quella che prova a vincere le elezioni. Non pensare che Provenzano ed Elly Schlein non vogliano governare (uno è stato ministro, l’altra è al governo dell’Emilia Romagna). Lo vogliono eccome.
Ma attribuiscono allo status di governante quella facoltà di cambiamento che è il sale della sinistra, e senza il quale si è solo ottimi amministratori dell’esistente. Intendiamoci: essere ottimi amministratori dell’esistente non è da tutti, e non è poca cosa. Per questo ho scritto che un centrodestra che abbia per leader Mario Draghi sarebbe – alla luce della miserabile composizione della destra nostrana – una meraviglia. Perché Draghi è il grande domatore dell’eversione populista, nonché l’incarnazione dell’Europa democratica, che è il massimo di ciò che già abbiamo. Ma ciò che non abbiamo, ciò che non sappiamo, ciò che non siamo, caro Trotta, non merita almeno una parte delle nostre speranze?

Caro Michele,
certo che merita tutte le nostre speranze ma, per far sì che esse non restino tali, bisogna che la parola “cambiamento” sia declinata, sia attuata, sia radicata nella vita delle nazioni. Anche perché non tutti i cambiamenti sono in assoluto auspicabili e positivi.

I cambiamenti profondi della nostra vita, delle nostre istituzioni, sono intervenuti in momenti nei quali la volontà politica e la spinta popolare hanno trovato una qualche consonanza.
A partire dal referendum del ’46, dalla Costituente, giù giù fino allo Statuto dei Lavoratori, al divorzio, all’aborto, al diritto di famiglia, alla legge Basaglia, all’ingresso nell’Euro, alla riforma delle banche popolari, al Jobs Act (sì, proprio il Jobs Act!), alle unioni civili, al “dopo-di-noi”, al 730 precompilato, al caporalato, …
In questi (e tanti altri) cambiamenti non sempre la sinistra ha giocato dalla parte attiva, propositiva; spesso ha anzi addirittura resistito, e sempre in nome di un benaltrismo pernicioso e sostanzialmente conservatore, dall’adesione alla NATO a quella alla Comunità Europea, entrambe fieramente osteggiate dal PCI.
E spesso la sinistra ha pure giocato contro se stessa, come con il governo Prodi, con la segreteria Veltroni, con il governo Renzi ed annesso referendum del 2016.

Tu dici “cambiare il modo di produzione…” Ma non vedi che è già cambiato radicalmente, tanto radicalmente che il sindacato non ci capisce più nulla e difende i no-vax, mentre i riders li difende il Jobs Act?
Da quanto tempo non visiti una fabbrica moderna (Melfi, Pomigliano, Maranello, Alenia, …)? Cosa auspichi, la collettivizzazione dei mezzi di produzione? Il famoso mai visto “nuovo modello di sviluppo”? La “decrescita felice”?
“You cannot be serious”, come disse John McEnroe ad un arbitro di Wimbledon.

Un cambiamento è effettivo solo quando qualcuno lo realizza, ovvero quando acquisisce il “potere” di realizzarlo, e non solo di auspicarlo, progettarlo, o addirittura sognarlo.
Senza la conquista del potere (nell’accezione del verbo più che del sostantivo), i cambiamenti (o la conservazione) la realizzano “gli altri”.

Ora, ti pare che Draghi non sia un fattore di radicale cambiamento in questo momento storico per l’Italia? Ti sembra uno che lascia le cose come le trova? O piuttosto uno che mette le mani dove serve e, con coraggio ed autorevolezza, cambia quello che va cambiato?
Gli improbabili ministri cinquestelle, Arcuri, Vecchione, Parisi-dal-Mississippi, Foa e Salini della Rai, Palermo della CDP (per parlare di persone), o la campagna vaccinale, la governance del PNRR, la riforma della giustizia, la prossima riforma fiscale, la leadership in politica estera?
Non sono formidabili cambiamenti rispetto a quello che ha trovato?
E il fatto che si trascini dietro una maggioranza-monstre da Salvini a Speranza non è un miracolo, un valore aggiunto, almeno finché dura?
E non è interesse del centrosinistra far sì che la sua azione si prolunghi il più possibile, anche oltre le elezioni del 2023? Quante riforme si riuscirebbe a portare a compimento? E non sarebbero progresso, evoluzione, cambiamento, addirittura un nuovo posizionamento dell’Italia nel consesso europeo e mondiale?

Chi abbiamo da proporre di meglio al suo posto?
Siamo seri, Michele, il panorama è largamente desolante e non mi basta, a settant’anni, solo sperare in un ipotetico Messia, di cui non si vede neanche l’ombra e che, se pure mai si palesasse, sarebbe sottoposto allo stesso trattamento di Prodi, di Veltroni, di Renzi?
Vorrai mica confidare anche tu in Giuseppe Conte?

Nella breve storia delle nostre vite, che anche tu constati parallele, ne abbiamo viste di ogni; ora io vorrei vedere qualcosa che va in porto, invece di naufragare sul molo, senza nemmeno aver preso il largo.
Tu cosa auspichi di diverso? Qual è il sogno che puoi davvero coltivare?
“Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”