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La sconfitta elettorale del 2018 è frutto di una lunga deriva che parte da molto prima delle primarie vinte da Renzi nel 2013 ed affonda nella storia della cosiddetta Ditta ex DS ed in processi globali comuni a tanti paesi, Renzi semmai, con quel 40% ha provato a fermare una deriva già in corso ma non ci è riuscito e proviamo a spiegarvi perché.

Andrea Orlando, oscuro apparatchinik del PD, ha ribadito in questi giorni con forza che il PD si deve completamente “derenzizzare” e smascherare gli infiltrati del politico fiorentino. E che per farlo bisogna ripartire, a suo avviso, dall’analisi del voto del 2018 per dimostrare che gli anni di Renzi sono stati la causa del crollo del consenso al PD, crollo che, secondo un assunto indimostrabile, solo Zingaretti è riuscito ad evitare definitivamente invertendo la rotta e tornando a conquistare consensi (bah, fake news evidente questa ultima visto che i sondaggi danno la stessa percentuale del 2018 anche dopo due anni di cura Zingaretti/Orlando).

È la solita solfa insomma di un PD che si è allontanato dal suo popolo per colpa di Matteo Renzi e da qui la sconfitta elettorale del 2018.

Ma è un modo questo molto provinciale di analizzare la vicenda italiana isolandola da ciò che avveniva nel mondo occidentale ed in Europa e che non spiega certo i motivi profondi che hanno portato alla sconfitta del 2018.

OSSESSIONATI DA RENZI ED UNA DOMANDA INELUDIBILE

Ossessionati da Renzi coloro che dirigono attualmente il PD non tengono conto del fatto che l’anno cruciale è il 2014 quando in tutta Europa arrivò a compimento quella lunga deriva si concretizzò nel successo clamoroso della Le Pen in Francia, di Farage in Gran Bretagna e del Partito popolare in Danimarca e nella sconfitta ovunque dei Partiti socialdemocratici. Quell’anno solo argine alla crisi del socialismo europeo fu quel 40% del PD che consentì di riequilibrare le altre sconfitte nazionali.

Perché si è giunti a questo e perché poi è crollato anche in Italia l’argine del Partito democratico? Troppo facile e autoconsolatorio parlare solo degli errori di Matteo Renzi.

Su quella sconfitta e su quel crollo c’è una domanda ineludibile a cui   bisogna essere in grado di rispondere senza semplificazioni perché, come è stato scrtto, “ogni sconfitta è una lezione per chi fa politica”. Ed è la domanda che viene rivolta a Renzi ed a si suoi seguaci quando in maniera forse un pò troppo razionale essi rivendicano, mettendoli in fila, gli straordinari risultati di Governo ottenuti nel periodo 2014/2017 (i famosi 1.000 giorni). E la domanda, secca, che non si puo’ aggirare è: “ma se avete fatto tutte queste cose perché avete perso?”

Vorrei allora in questo articolo provare a rispondere a questa domanda senza però lisciare il pelo a chi, come Andrea Orlando, Zingaretti o Bettini, prendono la questione dalla parte piu’ facile e cioè scaricando cio’ che è avvenuto su presunti allontanamenti dal “nostro popolo”, sull’abbandono degli antichi ideali, sul deviazionismo renziano che ha fatto naufragare una nave che avanzava baldanzosa ed aveva nelle vele il “vento della storia”.

Non voglio cadere nell’errore che fanno questi esponenti di una sinistra antica e novecentesca e cioè di fare una analisi di quel risultato elettorale tutto proiettato dentro una battaglia autoreferenziale tutta italiana che si svolge nei confini asfittici del centrosinistra (ed avrei molte frecce nel mio arco raccontando come il “nostro popolo” ci aveva già abbandonato da tempo votando Berlusconi o Lega e come certa sinistra assomigli ad un cacciatore di farfalle che va a caccia con una retina dai buchi troppo grandi).

Quindi per comprendere la lezione di quella sconfitta bisogna andare oltre il nostro “naso autoreferenziale tutto proiettato dentro una battaglia di Partito” come scrisse all’epoca il professor Alberto Bernardi in un articolo che mi aiuterà in questo mio ragionamento complesso.

LE LUNGHE DERIVE DELLA STORIA. DUE DEBOLEZZE.

Ragionamento complesso perché la Politica si svolge e si sviluppa dentro lunghi processi storici (Braudel chiamava questi processi le lunghe derive della Storia) e per capire quella sconfitta (che è globale e non si limita soltanto al nostro paese) bisogna approfondire questi processi storici e non ridurre la spiegazione, come scrisse Bernardi, ad una “damnatio memoriae di Renzi”.

Una damnatio memoriae che avrebbe l’ambizioso obiettivo di ricostruire (rigenerare) un campo politico senza però riuscire a capire da dove si parte, cosa si deve rigenerare e dove bisogna tornare se “al Prodi dell’Ulivo o al D’Alema antiulivista e anti Pd oppure  al Prodi dell’Unione, al Bersani di “Italia bene comune” o andare verso il nazionalismo antieuropeista alla Melenchon, verso l’alleanza con i 5 stelle o verso Fratoianni che giudica il premier che varò i decreti sicurezza di Salvini un faro del mondo progressista.

E non si ricostruisce nessun campo politico democratico se non si capisce, come abbiamo già detto e scusateci la ripetizione, che fu nel 2014 che in tutta Europa arrivò a compimento quella lunga deriva che si concretizzò nel successo clamoroso della Le Pen in Francia, di Farage in Gran Bretagna e del Partito popolare in Danimarca e con la sconfitta di tutti i Partiti socialisti e socialdemocratici con la sola eccezione di quel famoso 40% del PD che consentì di riequilibrare le altre sconfitte nazionali.

Ecco noi dobbiamo provare a capire perché in seguito è crollato anche l’argine del Partito Democratico Italiano sapendo che è troppo facile e autoconsolatorio parlare solo degli errori di Matteo Renzi.

In quel frangente infatti, come raccontò Bernardi nel suo articolo su Libertàeguale, si intrecciarono perversamente due debolezze.

Da un lato  il graduale indebolimento degli Stati nazionali bypassati dalla globalizzazione, dall’altro la crisi dell’appeal del sogno europeo con una UE “che non riusciva a mettere in campo politiche macroecomiche e finanziarie all’altezza della crisi” indebolita com’era “dalle sue divisioni strategiche, dalle miopie delle sue élites politiche dominanti, dalla effettiva durezza della crisi e dalle migrazioni di massa”.

Ed è questo che ha fatto fare un salto elettorale consistente alle forze sovraniste e populiste, perché quella doppia debolezza (degli Stati nazionali e della UE) “ha fatto saltare i rapporti i tra eguaglianza e libertà, tra profitto e benessere, su cui si erano rette per mezzo secolo le società democratiche occidentali: ha rotto in sintesi in Occidente, quel rapporto tra sviluppo economico e emancipazione sociale e civile, che ha coinvolto pienamente il lavoro e ha fondato i sistemi politici nelle democrazie di massa”.

L’Europa cioè non ha saputo dare vita, di fronte alle nuove dinamiche della globalizzazione, ad uno sviluppo all’altezza della sua tavola dei valori storici, quei valori storici fino ad allora non solo declamati ma praticati e che avevano fatto parlare ad uno studioso americano come Rifkin, agli inizi degli anni 90, di una sostituzione del sogno americano basato sul mito della frontiera con un nuovo sogno europeo basato sui valori della solidarietà della cooperazione e della fratellanza.

Ed invece è accaduto, al volger del millennio, che la Politica europea non ha saputo costruire quella che Bernardi chiama “una mano visibile sovranazionale” per salvaguardare in modo nuovo quel “compromesso sociale tra i produttori” che aveva consentito una forte stabilità politica nel secondo dopoguerra ed una epoca di sviluppo e pace, quel compromesso che “era già stato messo fortemente in discussione dalle forze di mercato che già dagli anni novanta erano penetrate fin dentro i meccanismi di funzionamento del welfare, integrandoli al processo di estrazione del valore”.

Questa incapacità delle élites dominanti europee unita all’indebolimento degli Stati nazionali (fenomeno studiato dai sociologi a partire dai primi anni 90 ma su cui la vecchia sinistra italiana ha riflettuto pochissimo, ignorando il fenomeno) ha messo in stand by il sogno europeo e questa crisi congiunta delle Istituzioni Ue e degli Stati nazionali ha messo in crisi la stessa democrazia.

L’URTO DEL SOVRANISMO E DEL POPULISMO IN TUTTA EUROPA E UN PARADOSSO APPARENTE.

Il sovranismo ed il populismo si infilano dentro questa doppia crisi e già nel 2014 emergono come alternativa alle forze che stanno guidando la UE prospettando “il ritorno alla sovranità statale come ancora di salvezza per comunità nazionali sbandate e sfiduciate che non si accontentano più di qualche buon risultato economico – anzi sembra che nemmeno se ne accorgano – ma che vogliono garanzie protettive per il loro futuro”.

E per non essere provinciali ed autoreferenziali e guardare ai motivi veri della pesante sconfitta del 4 marzo 2018 bisogna capire che, scrive ancora Bernardi, “la proposta del progressismo europeista incarnata da Renzi e dal Pd non ha retto l’urto del sovranismo populista dei 5S e della Lega, così come il partito democratico statunitense non ha retto l’offensiva di Trump o come gli europeisti britannici sono stati sconfitti dai fautori della brexit, come era già accaduto in Danimarca nel 2015 con la caduta del governo socialista guidato da Helle Thorning-Schmidt”.

È questo, e non altro, che spiega il paradosso da cui parte quella domanda che in tanti sprezzantemente ci rivolgono “ma se avete fatto tutte queste cose perché avete perso?”

Ma è un paradosso solo apparente perché è evidente che i risultati conseguiti nei 1.000 giorni non hanno fatto in tempo a raggiungere “quella massa critica in grado di rendere percepibile un’inversione netta di tendenza rispetto al passato” e questo ha consentito ai fautori della società chiusa contro i fautori della società aperta di vincere in contropiede “puntando sulle paure di classi medie impoverite dalla crisi del 2008”.

Si è perso perché non si erano ancora rimarginate quelle ferite sociali, di cui Renzi non ha nessuna responsabilità, inferte dalla crisi globale del 2008 con l’aggravante delle azioni dei governi Berlusconi/Bossi/Salvini fino al 2011 e Monti nel 2011/2012.

L’incapacità congiunta della UE e dello Stato nazionale è stato un ostacolo nell’affrontare quella forte crisi di fiducia e quella paura frutto del baratro che in quegli anni le nostre famiglie hanno visto spalancarsi davanti, con molte che in quel baratro ci sono cadute.

La politica riformista dei 1000 giorni ha affrontato di petto quella crisi, ha prima frenato e poi invertito la direzione di marcia verso il baratro, ma i benefici di questa politica non hanno fatto in tempo a consolidarsi nel vissuto quotidiano delle famiglie. È rimasta la paura e la sfiducia su cui hanno fatto presa, come dicevamo, con una campagna perfetta i populismi.

Nel valutare il periodo del governo Renziano tra il 2014 ed il 217 è sbagliato, come fanno i dirigenti dell’attuale PD, estraniarsi dalla necessità tenere conto delle nefaste conseguenze (reali e psicologiche) di quella crisi dei debiti sovrani che tre anni prima aveva addirittura “minacciato le fondamenta della costruzione europea”.

E Alberto Bernardi ci ricorda che “con la rielezione di Obama, gli interventi massicci della Fed e l’avvio della politica di Draghi legata al QE, nella seconda metà del 2012 cominciano a operare gli strumenti tecnici e politici per rilanciare la costruzione europea e la ripresa; ma i danni del triennio di austerity precedente sono stati terribili: l’esautoramento dei governi greco e italiano, gli interventi della troika in diversi stati europei, una sostanziale stagnazione economica che scava un fossato tra gli Stati Uniti e la UE, un aumento della disoccupazione e una caduta verticale della fiducia dei consumatori alimentati dalla mitologia conservatrice della pareggio di bilancio hanno aperto una duplice frattura: tra l’Eu e i suoi cittadini; tra Usa e Eu per la prima volta dalla fine della II guerra mondiale”.

LE DUE DEBOLEZZE E IL LORO INCROCIO CON I PROCESSI POLITICI NAZIONALI.

Altro che Renzi e il padre della Boschi, altro che l’antipatia e la divisività di Matteo Renzi, altro che giglio magico!! Le analisi devono andare più a fondo e non ci può essere nessuna comprensione di quella sconfitta se non si tiene conto di queste lunghe derive storiche che ci siamo soffermati a descrivere. Non farlo significa, lo dicevamo all’inizio, “fare uso soltanto del proprio naso autoreferenziale tutto proiettato dentro una battaglia di Partito” (ed è quello che hanno fatto allora e continuano a fare oggi gli attuali gruppi dirigenti del PD di cui Orlando piu’ che Zingaretti è rappresentante insieme a Cuperlo).

Dentro questi processi lunghi vanno innestati poi (come elemento moltiplicatore di qualcosa però indipendente dalle vicende nazionali) i processi politici nazionali che hanno visto una alleanza tra tutte le forze (di destra e di sinistra) che, consapevolmente o meno, avevano l’obiettivo di fermare quel giovane fiorentino che si era messo in testa di cambiare davvero il nostro paese.

E per fermarlo all’epoca sono stati usati tutti i mezzi. Contro Renzi e quel suo gruppo dirigente che non aveva chiesto permesso a nessuno per vincere le primarie sono state addirittura costruite prove false (vedi caso Consip), sono state amplificate indagini che poi si sarebbero concluse con archiviazioni o assoluzioni degli esponenti del PD coinvolti (caso Tempa rossa, caso Graziano, caso Sindaco di Ischia, processi a De Luca), la potenza del web è stata usata in maniera scientifica rendendo virali (entrando così nella testa di milioni di persone come fatti veri) eclatanti Fake news come quelle riguardanti la cugina inesistente di Renzi, un fratello assunto in un ministero (l’unico fratello di Renzi fa l’oncologo tra l’altro all’estero), la storia infame dei sacchetti di plastica dei supermercati, quella della Lamborghini e chi più ne ha più ne metta (l’ultima riguarda il fratello del marito della sorella, una vicenda che l’Unicef ha dovuto smentire categoricamente con un comunicato molto chiaro).

Bugie su bugie poi sono state dette (e continuano ad essere dette) sulle Banche ed in particolare contro una delle esponenti di punta dell’allora PD la giovanissima Maria Elena Boschi.

Dentro lo scorrere di quella lunga deriva che abbiamo provato ad illustrare in precedenza (frutto dell’intreccio tra indebolimento sia dello Stato nazionale sia del prestigio della UE) e che ha portato in tutta Europa al trionfo di diversi populismi antieuropei e sovranisti (moltissimi con aspetti autoritari) la costruzione di questi frame contro il PD e contro Renzi ha efficacemente svolto il ruolo di indebolire quell’argine che nel 2014 era stato il Partito Democratico, unico, all’epoca, Partito del socialismo europeo a vincere le elezioni.

Certo ci sono anche degli errori. Ma non sono quegli errori che hanno cambiato il corso di una vicenda che ha radici più profonde nella crisi del 2008 che ha sconvolto la vita di tante famiglie del ceto medio, nella crisi del modello europeo che alle paure che la crisi globale aveva scatenato non ha saputo rispondere, nella crisi dello Stato nazionale ormai impossibilitato ad esercitare quella sovranità per cui centinaia di anni prima era stato costruito.

Semmai l’errore più grande è stato quello di aver sottovalutato la potenza di quelle lunghe derive storiche e conseguentemente non aver accentuato il rinnovamento integrale delle classi dirigenti (se non vi piace la parola rottamazione chiamatela pure così) soprattutto al Sud (ma non solo) e non aver, soprattutto dopo la sconfitta referendaria, accentuato il forte profilo radicalmente riformista.

Renzi si è fatto probabilmente condizionare da quelle divergenze nel proprio Partito “talmente profonde – come scrive il professor Bernardi – che hanno avuto l’effetto non solo di rallentare l’azione del governo, ma soprattutto di impedire che quest’azione diventasse la trama politica dell’iniziativa del partito”.

LA RIVINCITA DI UN PROGETTO RADICALMENTE A QUELLO RIFORMISTA DEL LINGOTTO

La novità e la forza del progetto renziano sono state pian piano erose da un progetto radicalmente alternativo, quel progetto alternativo che nel 2010 aveva già fatto secco Veltroni e che ha impedito al PD di diventare quella forza politica riformista, liberalsocialista, moderna che stava nell’orizzonte ideale e programmatico lanciato al Lingotto nel 2008”.

Ci fu poi una sorta di insurrezione silenziosa interna ed esterna alla sinistra contro il progetto renziano. Indipendentemente dal giudizio che possiamo dare sul Jobs act, sulla riforma della scuola, sui primi per quanto timidi interventi sulla magistratura e sulla giustizia, sulla riforma del terzo settore, sulla riforma delle Banche Popolari, sulle Unioni civili, sulla legge contro il caporalato e quella contro gli ecoreati, ripeto indipendentemente dal giudizio che possiamo dare su tutto questo non possiamo negare che parliamo di un vasto, concentrato nel tempo e concreto programma di riforme che poche volte è stato tentato nella storia italiana (solo il programma del primo centrosinistra alla fine degli anni 60 gli è superiore ma sappiamo che anche lì fu fermato dal fiammeggiar delle sciabole del piano solo). Per non parlare del tentativo profondo di riformare gli assetti Costituzionali dello Stato.

Ed è ovvio che contro questo tentativo di riformare dal profondo il nostro paese (giuste o sbagliate che fossero quelle riforme) insorgesse chi invece voleva conservare lo status quo. Meno ovvio il fatto che ad insorgere fosse anche la sinistra dentro e fuori al PD.

E lo fece nel periodo in cui grazie alla strada delle riforme ed alla forza di una giovane leadership il Partito Democratico aveva trovato forza e prestigio nel contesto europeo, lo fece descrivendo Renzi come un nemico ed addirittura un pericolo per la sinistra.

Il comportamento della sinistra capeggiata dalla ditta dalemianbersaniana fu irreale, incredibile, suicida frutto malato di una malattia ideologica che cancella i suoi leader quanto piu’ si avvicinano al successo (e fu così per Occhetto, lo fu per Prodi e poi in ultimo, prima di Renzi, Veltroni).

Una malattia che raggiunse l’acme quando quel giovane premier osò l’impensabile per ciò che era la ritualità politica italica e cioè la riforma dello Stato del Governo e del sistema elettorale in senso maggioritario.

Quando si arrivò al dunque di una Riforma i cui contenuti erano stati per decenni nella agenda della sinistra una parte di essa compì un voltafaccia estremo suicida ed oscuro. CI furono quelli che fecero campagna per il NO e ci furono quelli che, non avendo il coraggio di schierarsi per il NO, fecero finta di votare SI ma non mossero paglia in campagna elettorale organizzando poche iniziative di facciata per far vedere al leader che loro c’erano (non si sa mai il SI avesse vinto).

E poi ci fu un un mondo vario e multicolore di antica sinistra, intellettuali, guru, professori, giornalisti di sinistra che, tradendo, si allearono con i conservtori rimangiandosi, in odio al ragazzo di Rignano, 20 anni di battaglie riformiste

LA STORIA D’ITALIA DI SEMPRE

Ma questa è la storia d’Italia di sempre dove il rinnovamento del paese è sempre ostacolato da una doppia tenaglia, quella del conservatorismo della destra per nulla liberale e quella della sinistra ideologica.

Ed il perché oggi è evidente, soprattutto dopo l’orgia popUlista e demagogica che ha visto il trionFo del movimento del vaffanculo: una parte consistente del nostro paese preferisce la Repubblica della giostra assistenziale, del debito pubblico più alto al mondo. Un paese che è apparentemente eccitato ma in realtà è intossicato da finte guerre ideologiche nei talk show e sui media vecchi e nuovi ma in realtà è stitico, fermo, inossidabile allergico ad ogni innovazione, ad ogni dinamismo ad ogni cambiamento.

Ed è pazzesco, indice di una vera ossessione, che oggi come allora il nemico è sempre lo stesso, anche dopo che Renzi, esausto per gli attacchi ricevuti e per la guerra che gli si faceva anche dopo che la Ditta si era impossessata del PD, aveva fondato Italia Viva. Ancora oggi dentro il PD, Orlando docet, l’obiettivo è derenzizzare del tutto, svellere quella che con cattivo gusto qualcuno ha chiamato la metastasi renziana che ancora, a loro dire, esiste dentro il PD. Non hanno nessuna visione, nessun programma organico se non le solite fatte fatte dette in politichese, solo l’ossessione del renzismo.

E nel tentativo di ritornare ad una fantomatica purezza originaria (ma quale?) partono sempre come ha fatto Orlando dall’asserzione che Renzi ha portato al crollo elettorale del 2018.

Non è così. E che non sia così è quello che ho cercato di dimostrare in questo mio scritto.