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Dopo la formidabile, epocale, disputa se Draghi sia di destra o di sinistra, non escludendo che possa anche essere di centro, adesso ne è partita un’altra, altrettanto formidabile:

“E’ tutta colpa di Biden? Ovvero il Presidente USA è un imbecille che ha fatto fare una figura di m … a tutto l’Occidente, è il solito cinico e spietato imperialista americano o è un politico in difficoltà, che cerca di fare del suo meglio in una situazione di m …?”

Pare che sia imperativo prendere una posizione netta ed inequivoca: il dito indice deve essere ben dritto ed il sopracciglio correttamente inarcato.
Inutile dire che quelli “giusti”, quelli “corretti”, possono schierarsi solo per la prima ipotesi (l’imbecille) o, meglio, per la seconda (il cinico cattivo). La terza ipotesi è riservata ai soliti deprecabili vecchi “servi dell’imperialismo USA”.

Che la situazione sia forse un filino più complessa, questo sfugge ai molti talebani nazionali, annidati nei giornali, nei talk show, nei social, nei partiti, dappertutto. L’importante è prendere una posizione e sostenerla fino alla morte, incrollabili ad ogni dubbio o tentennamento.

Giorni fa denunciavo una bolla mediatica un po’ pelosa, fatta di appelli umanitari un tanto al chilo, di solidarietà chiacchierona, di sdegno obbligato.
Confermo tutto: a costo di sembrare cinico o stolto (mai come Biden …!), insisto nel denunciare poca lucidità nel trattamento dell’argomento.
Tutti quelli col ditino e il sopracciglio non hanno alcuna idea di cos’altro si sarebbe potuto fare, atteso che in vent’anni di occupazione l’Occidente non ha cavato un ragno dal buco, né un talebano dalle grotte.
Tutti coglioni?

E perché mai, dopo vent’anni (e ognuno li giudichi come vuole, non è questo il problema adesso), magicamente doveva avvenire una transizione “svizzera”, ordinata, graduale, educata, silenziosa, e verso cosa? Verso un’ipotetica democrazia di cui ai 38 milioni di afghani (o poco meno) con tutta evidenza non frega assolutamente nulla? I talebani sono stati paracadutati di notte o sono sempre stati lì, ben protetti da una comunità che a larga maggioranza non li considera nemici?
Qualcuno in TV, sere fa, ricordava che all’ultimo tentativo di elezioni nel 2019 hanno partecipato meno di 2 (due) milioni di afghani su 38 (trentotto) …

Esportiamo la democrazia? Ma quando mai! Qualcuno, in vena di paralleli storici, pensava che fosse come esportarla in Germania, in Italia, o in Giappone nel 1945?
In Vietnam gli USA persero rovinosamente una guerra più che decennale e fuggirono dai tetti di Saigon, circondata e sul punto di capitolare: il parallelo con Kabul è perlomeno improprio.
L’11 settembre persone disperate si gettarono dalle finestre sfondate delle Torri che stavano per crollare sotto l’attacco suicida di un commando islamista. Il parallelo con gli uomini disperati e folli, aggrappati agli Hercules in decollo, è di nuovo incongruo.
Parallelismi superficiali e buoni solo ad eccitare la fantasia disattenta dei lettori.

A Kabul si sta mettendo in pratica (forse in modo non ottimale, ma chi di noi ha la competenza tecnica per giudicare un’operazione tanto complessa?) un ritiro annunciato da tempo, ormai inevitabile.
Si poteva fare meglio? Chi lo sa? Diluirlo nel tempo poteva essere ancora più pericoloso …
Si poteva fare altro? E cosa? Restare indefinitamente, assumere direttamente la direzione del Paese? Con quale classe dirigente? Quella che è scappata di notte coi soldi?

Questa è certamente una brutta pagina di storia, ma non aiuta cercare i colpevoli, soprattutto non aiuta cercare i capri espiatori.
Biden non è né imbecille, né buono, né cinico e cattivo.
La Storia lo giudicherà, anche se penso che i suoi concittadini non vedessero l’ora di togliersi da un posto nel quale era pressoché impossibile ottenere qualsiasi equilibrio diverso.

Ora c’è da costruire un nuovo assetto, e sperabilmente ciò dovrà essere fatto da tutti i Grandi della Terra che, se sono Grandi per davvero, dovranno tutti dimostrare di saper gestire una transizione verso una qualche stabilità della regione.
Ragionare su ciò che poteva essere e non è stato (ma davvero poteva?) a me pare inutile.
Ora bisogna immaginare  costruire un futuro per quelle persone, per un popolo intero, compresa quella minoranza che ha ogni diritto di esistere e vivere in libertà, e soprattutto per le donne, che sono minacciate nella loro dignità.

A questo obbiettivo bisogna associare tutte le grandi potenze.
Più che trattare con i talebani, come acutamente consigliano Conte e Di Battista, nostri autentici giganti della geopolitica, bisogna sforzarsi di creare un consesso internazionale che sorvegli l’evoluzione del regime. Ogni tentativo di approccio unilaterale sarebbe velleitario e pericoloso.

Invece di dare la croce addosso al malcapitato Presidente Biden (a qualcuno prima o poi doveva toccare di bere questo amaro calice …), cerchiamo di affermare il concetto che nessun Paese è un’isola, tanto meno l’Afghanistan, e che questioni internazionali di così grande portata non debbono mai più essere affrontate “manu militari”, unilateralmente, senza una prospettiva certa, per poi ritrovarsi tutti i nodi al pettine, con la sola possibile via d’uscita di tagliare di netto, brutalmente.

Sarà banale, ma questo è il banco di prova di un nuovo assetto mondiale nel quale, per scelta o per necessità, non sono solo più gli Stati Uniti a menare la danza. Ognuno deve prendersi le proprie responsabilità, a cominciare dall’Unione Europea, nella quale il nostro Paese sta ricominciando ad assumere un ruolo cruciale, che va consolidato e difeso con saggezza ed equilibrio.
Battere solo la grancassa umanitaria rischia di essere tragicamente insufficiente e persino controproducente, dando per scontato che i talebani non scompariranno, né si convertiranno “motu proprio” alla tolleranza. Solo una forte pressione internazionale potrà costringerli a gestire il Paese con un minimo di rispetto per i diritti delle minoranze e soprattutto per quelli delle donne.