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di Vincenzo Pino

Tre anni mi sembrano un tempo sufficiente per fare un rendiconto su quello che è cambiato nel panorama politico e più specificamente nel centro sinistra.

Quello che appare innanzitutto evidente è il fatto che il Pd viaggi agli stessi livelli di consenso del Marzo 2018.

Zingaretti aveva promesso che il Pd, liberatosi dalla zavorra renziana, si sarebbe librato in volo ed avrebbe raccolto il consenso di quella vasta area di sinistra quella strutturata nel partito di Bersani da reinglobare e quella diffusa nella società che si era allontanata dal Pd per la gestione “destrorsa” di Renzi.

Ed invece nulla di tutto questo. Modello Bersani 2013 a cercar voti nel bosco.

Al di là delle sparate propagandistiche le nuove gestioni del Pd hnnoa portato ad un crollo verticale nel voto per le regioni dove si è votato, perdendone una diecina, e ad una bocciatura dello schema zingarettiano di una sinistra allargata ai pentastellati come annenuto in Umbria e Liguria.

Al contrario il centro sinistra è uscito bene quando si è puntato ad uno schema che valorizzasse il profilo, la componente e l’apporto riformista come in Campania, Toscana e Campania.

Ed anche nella Marche sarebbe potuta andar meglio se si fosse scelta una candidatura di certo profilo, come il sindaco di Ancona, bocciata solo per il gioco delle correnti che Orlando ha imposto in quella regione.

Prova ulteriore di quel processo di avviluppamento correntizio che preferisce la sconfitta onorevole per salvaguardare la propria componente a scapito del consenso e delle possibili vittorie.

Questo è attualmente il Pd al di là delle retorica zingarettiana fermo nei numeri che affida sostanzialmente la propria ladership a “papa straneri” salvo poi accorgersi che leader di questo genere possono poi erodergli in maniera sostanziale quel po di consenso che gli rimane.

Non parliamo poi della riunificazione con la sinistra molto più attratta dalla confluenza nel partito di Conte che a ritornare nel Pd.

Si dirà dalle parti del Nazareno che questo andamento deriva anche dalle scissioni.

Come se la sconfitta del 2018 di Renzi non fosse derivata anche da una scissione lacerante. Da una componente che ha liquidato Pisapia e non ha fatto un accordo di desistenza proprio per far precipitare il Pd renziano.

Mobilitando la Cgil a sostegno con una serie di proposte referendarie farlocche finite nel nulla per inammissbilità come quello sull’articolo 18.

Che era stato sostanzialmente ridimensionato nella precedente legislatura col semitacito accordo della Cgil e che ora si voleva imputare al jobs act. Determinando la bocciatura da parte della Corte Costituzionale.

Ma erano tutte iniziative volte solo ad indebolire il governo Gentiloni a guida Pd.

Acnhe a costo di rompere l’unità sindacale per la Cgil e passando alla opposizione nel governo Gentiloni dopo aver garantito l’appoggio esterno.

Di quella scissione non si è certo avvantaggiato il centro sinistra con la perdita del Pd ed il fallimento clamoroso di LeU, ferma al 3,4%, nonostante la confluenza di due partiti la cuoi somma veniva quotata almeno il doppio.

Al contrario le scissioni di Renzi e Calenda, oltre ad un diverso e più efficace protagonismo delle forze riformiste, capaci di dare un governo degno di questo nome al paese, si sono rivelate capaci di attrarre sostegno ed ora viaggiano nei sondaggi tra il 10 ed il 12%. insieme a più Europa e Verdi.

Partendo dal 5,6% delle Europee del 2019.

Sono passati tre anni e come dicevo è il momento di fare un bilancio politico che non mi sembra molto esaltante guardando ai numeri ed agli avvenimenti per quelli che hanno sostituito Renzi alla guida del Pd. O no?